Interpretazioni tendenziose: Todorov contro Blanchot

 

Tzvetan Todorov

Tzvetan Todorov

Di ALESSANDRO DE CARO

 

Illuminismo e ideologia

Nel prendere in considerazione l’opera critica di Maurice Blanchot, nel suo Critica della critica. Un romanzo di apprendistato (Einaudi 1986), Tzvetan Todorov tratteggia un ritratto al negativo dell’autore de Lo spazio letterario, seguendo una traiettoria che ci interessa non solo nello specifico – utile per chiedersi quando, esattamente, il nome di Blanchot ha cominciato a sparire sia dalle librerie che dalla mente dei critici- ma ancora di più, il discredito di Todorov ci può spiegare qualcosa sulle accuse che sono state rivolte ad una certa cultura francese, specialmente se “postmoderna”.

Blanchot, icona del postmoderno? Suona falso, se si crede di averlo inserito una volta per tutte nella storia della letteratura, magari tra il secondo dopo guerra e gli anni Sessanta. Questa cerniera storica, nel caso di Todorov, penso si possa ipotizzare per buoni motivi: con l’avvento delle scienze umane e del paradigma linguistico, infatti, qualsivoglia teoria che mostri di mantenere un rapporto con l’arte e la letteratura di tipo vagamente idealista – come dire al di là della struttura, ovvero degli enunciati di una critica allineata con l’idea di sistema- non poteva che apparire sospetta. Ma se abbandoniamo le ricognizioni storicizzanti l’opera blanchotiana può indicare qualcosa di completamente diverso, specialmente se ci s’immerge nei sotterranei scarsamente illuminati, spesso illuminanti, de L’infinito intrattenimento.

Todorov, purtroppo, resta ammaliato dalla possibilità di stroncare quella che crede essere un’anima bella, perciò esordisce dicendo che lo stile di Blanchot è “paralizzante” e spinge, a suo avviso, a due soli atteggiamenti: la parafrasi o il plagio. Il plagio è stato ampiamente svolto da autori come Foucault, per esempio, e tanti altri per i quali Blanchot è stato senza dubbio un “faro” fin dalla notte del dopoguerra. Questi autori avranno prestato la mano a Blanchot, ci spiega Todorov, avranno scritto al posto suo ripetendo frasi come “l’invincibile assenza”, “legge senza legge del mondo”, “la presenza reale, assolutamente lontana, scintillante, invisibile” (sono frasi di Foucault che Todorov preleva da un numero della rivista Critique). Non rimane che scegliere: “Parafrasi o silenzio: chiunque tenti di capire Blanchot sembra predestinato a questa scelta” 1. Todorov si chiede, dunque, in che cosa consista il pensiero di Blanchot sulla letteratura e la critica.

“La riflessione di Blanchot sulla letteratura nasce dal commento ad alcune frasi di Mallarmé, richiamate nel corso dell’intera opera”, scrive il critico di origine bulgara. L’idea di Mallarmé che Todorov coglie è quella di una separazione tra la parola quotidiana, “inessenziale”, e la parola poetica: la parola quotidiana è quella che serve, parola servile, grazie alla quale “siamo rinviati alla vita del mondo” 2, come scriveva Blanchot ne Lo spazio letterario.

La parola poetica, invece, “è una parola intransitiva, che non serve; essa non significa, è; l’essenza della poesia sta nella ricerca della propria origine”. Todorov aggiunge: “Questi i luoghi comuni romantici che Blanchot legge in Mallarmé, destinati a dominare la dottrina esposta nell’Espace littéraire e nel Livre à venir“. Todorov non si accontenta di vincolare il discorso di Blanchot a dei luoghi comuni “romantici”, vi ritrova un legame specifico con Hegel. Non con Heidegger, come si potrebbe pensare per un’evidente somiglianza di prospettive tra la “svolta linguistica” heideggeriana e la riflessione blanchotiana. Perché questa scelta di campo? Questo passo indietro – una risalita alle spalle dell’esistenzialismo che pure è stato importante per il Blanchot di Passi falsi- serve a Todorov per costruire una scena primaria, quella della perdita dell’aura e dell’arte che sopravvive come residuo della divinità: “Da due secoli a questa parte l’arte subisce una duplice trasformazione: non è più portatrice di assoluto, non è più sovrana; ma la perdita di questa funzione esterna è in qualche modo compensata da una nuova funzione interna: l’arte si avvicina sempre più alla propria essenza”. Todorov ne ricava che: “Dopo essere stata divina e umana, l’arte, che ormai non può più esserlo, diventa oggi una ricerca ostinata della propria origine” 3. Notiamo che Todorov qui non sta adottando un punto di vista analitico, ovvero interno al testo blanchotiano: non parla nè di scrittura nè di letteratura, la sua scelta è fin dall’inizio “universale”.

In sostanza, Todorov riporta Blanchot sulla strada di Hegel per poter evidenziare un regresso storico, vale a dire per indicare come si sia fatto un’idea fuori luogo della produzione letteraria del suo tempo, addirittura un’ossessione per l’unità perduta, un “problema instancabilmente ribadito e mai risolto” che allontana l’opera letteraria dal valore che gli si può attribuire in quanto Blanchot, separando la parola essenziale da quella comune, trova l’autenticità soltanto nella ricerca solipsistica dell’origine. 

Il risultato del lavoro critico di Blanchot non sarebbe che un Assoluto di formato ridotto, alla portata di qualunque scrittore: “l’opera è pura ricerca dell’opera: non è qualche cosa che possa rivelare una pienezza di senso”, quanto piuttosto un “movimento di sparizione” 4. Todorov è infastidito dal dover ammettere che “la sua verità [dell'opera] è l’assenza di preoccupazione di verità, alla quale sostituisce la ricerca della sua origine”. Considerando quanto scriverà poco dopo nello stesso saggio, il fastidio si tramuta presto in un’accusa: nichilismo. Todorov non perderà molto tempo per accusare Blanchot di un pensiero politico inammissibile, non prima pero’ di aver annunciato che i suoi parenti stretti altri non sono che Sade e Nietzsche, letti alla maniera – e ciò è quanto meno paradossale- dei nazisti: “L’ideologia che è alla base di questo atteggiamento nichilista” scrive Todorov “si rivela più chiaramente quando Blanchot propone di sostituire alla verità e ai valori un tipo di “affermazione completamente diversa”. Un’esigenza che non ha nulla di inedito: proviene dalla tradizione di Nietzsche e, prima ancora, di Sade (entrambi nel novero degli autori favoriti di Blanchot), che valorizza la forza a scapito del diritto” 5.

La forza a scapito del diritto, ecco il grido del neoilluminista offeso, ancorché immune dal dubbio che non si tratti nè di questo (il gioco delle forze attive e reattive viene rimosso in favore di un’unica volontà di potenza fraintesa) nè di quello (le questioni del diritto sono qui fuori luogo, tranne quel peculiare “diritto alla morte” che prende il nome di letteratura). Quest’ultima formula, “la forza a scapito del diritto”, esprime meglio di qualsiasi altra, forse, la profonda cecità che Todorov mostra di avere sia nei confronti della filosofia nietzschiana che dei testi di Blanchot. Come mostrerò adesso, infatti, l’opera di Blanchot- come d’altra parte quella di altri filosofi che hanno prestato il fianco ad accuse analoghe – nasce da un panorama di idee meno angusto e, soprattutto, meno superficiale.  

La mano di Blanchot

Ben lungi dal voler mettere in ridicolo il pregevole saggio di Todorov, per molti aspetti da riscoprire (i suoi ritratti di Sartre, Barthes, Bachtin restano interessanti e la sua conoscenza del formalismo russo è ben nota nell’ambiente degli studi umanistici), mi preme tornare al testo di Blanchot, invece, sia pure nel breve spazio di questo articolo.

Apriamo L’infinito intrattenimento, primo capitolo: Il pensiero e l’esigenza di discontinuità6. Che cosa ci dice, qui, Blanchot? Si chiede quale ruolo dare alla ricerca filosofica, e pertanto sente il bisogno di ricostruire una scena del pensiero in cui predomina un’esigenza di continuità rappresentata dal sapere universitario: dalla scuola aristotelica alla Summa di San Tommaso fino a Hegel e oltre, ma non senza controesempi (Montaigne, Rousseau, Nietzsche, Kierkegaard e, in una certa misura, Heidegger) si è mantenuta l’idea di una ricerca legata all’argomentazione, al piano discorsivo più consequenziale, razionale, che procede per grandi unità discorsive: apologia del metodo, dunque, senza dimenticare comunque che il cogito cartesiano non era privo di una grande “libertà formale”. Fin dall’antichità, il pensiero si è legato all’insegnamento, alle esigenze di esporre argomenti: “Socrate, Platone, Aristotele: per loro l’insegnamento è la filosofia. Risulta che la filosofia si istituzionalizza e successivamente riceve la sua forma dall’istituzione preesistente nei quadri della quale si costituisce, Chiesa, Stato. Il Seicento e il Settecento lo confermano con le clamorose eccezioni che hanno, tra l’altro, il senso di segnare una rottura con la filosofia-insegnamento. Pascal, Descartes, Spinoza sono dei dissidenti la cui funzione ufficiale non è quella di imparare facendo imparare” 7.

Se mi soffermo su questo passo è perché Blanchot sta per mettere in moto la sua scissione filosofica e letteraria rispetto al mondo istituzionale nei termini che ci interessano per comprendere, almeno in parte, l’incomprensione manifestata da Todorov, che oggi viene intervistato come eminente professore o intellettuale le cui origini, peraltro, sono poco gloriose basandosi anche sull’incomprensione di uno dei tratti fondamentali del Novecento. Un tratto che, secondo Blanchot, è stato anticipato da Pascal: “Pascal scrive, è pur vero, un’apologia, un discorso continuo e coerente destinato a insegnare le verità cristiane e a convincere i libertini, ma il duplice dissidio del pensiero e della morte fa sì che il suo discorso si manifesti come dis-cursus, corso diviso e interrotto che per la prima volta impone l’idea del frammento come coerenza” 8.

Esigenza di discontinuità che si presentava già in Eraclito, nel pensiero di Nietzsche diventerà tutt’uno con la genealogia e la critica del pensiero dialettico. La questione dell’oscurità e del frammentario non sono affatto riducibili al contrario dialettico della chiarezza e del pensiero logico, ma questo non tocca l’ingenuità argomentativa di Todorov e di altri studiosi.

Hegel, che secondo Todorov sarebbe l’alfa e l’omega del pensiero blanchotiano, è evocato in questi termini da Blanchot: “Hegel, in cui la filosofia si riassume e giunge al culmine, è un uomo il cui mestiere è parlare dall’alto di una cattedra, redigere dei corsi e pensare assoggettandosi alle esigenze di questa forma magistrale” 9. Blanchot è ben lontano dal disprezzare questo tipo di sapere, sa bene di dovergli molto, ma giunto al caso del professore mancato Nietzsche, deve notare che “il suo pensiero vagante, che si realizza per frammenti, cioè per affermazioni separate e che esigono la separazione, non potevano inserirsi nell’insegnamento nè adattarsi alle esigenze della parola universitaria”. Blanchot, insomma, verifica l’esistenza storica (niente di “astorico” nel suo discorso) e la persistenza di un pensiero altro all’interno delle scienze umane, fatto anche più rilevante se si considera che nell’opera che stiamo esaminando due importanti capitoli sono dedicati a La parola quotidiana e La parola analitica, quest’ultimo dedicato al pensiero freudiano 10.

Davvero si crede che la distinzione posta da Mallarmé sia fondante del discorso di Blanchot, reo magari di elitarismo oltre che di un certo oscurantismo politico e filosofico? Allora come mai Blanchot non cessava di dialogare con Lévinas, Freud, Char e altre figure irriducibili a tale facile, se non sterile, distinzione? Non sarà, piuttosto, che Todorov aveva bisogno di rimuovere la complessità della riflessione blanchotiana – quella “parola errante” che Blanchot stesso attribuiva a Freud e sulla quale si sofferma volentieri 11 - nel nome di una scienza dei testi imperialistica, di una comunità accademica intollerante verso la vecchia scuola “romantica”, tanto più che queste pagine di Blanchot vanno direttamente contro la mediocrità protetta quanto mistificante di un certo modo di scrivere di letteratura? Quel modo che, poi, trova spesso il supporto bonario dei media, dei salotti culturali, della buona borghesia che necessita di elusioni del reale al tempo stesso istituzionali e consolatrici. Una filosofia di Stato, dunque, che si traduce sul piano critico in un monologismo imperante.

L’opera di Blanchot rimane, ancora oggi, indubbiamente minoritaria. Ma mi sembra, in fin dei conti, che tra le banalità democratiche di Todorov, che oggi attacca con comodità l’iperliberismo, e un pensiero che procede per strati e trasformazioni, come quello di Blanchot, siano ancora da preferire coloro che non si abbassano all’ideologia peggiore: quella della rimozione del diverso, dell’Altro, proprio nel seno della tanto osannata “democrazia”. Avendo liquidato, a suo tempo, Blanchot, Todorov l’avrà fatto nel nome, tra l’altro, di un certo pensiero cattedratico a suo tempo dominante: lo strutturalismo, guarda caso liquidato poco tempo dopo dai filosofi che hanno maggiormente contribuito alla rivalutazione di Nietzsche in Francia e in Europa (Deleuze, Foucault, Derrida). Forse è anche per questo che Todorov ha ripiegato su libelli politici di facile digeribilità, visto che come teorico in senso forte i postmoderni lo avrebbero massacrato anche al buio? Il suo ritratto di Blanchot è, ad ogni modo, un atto ideologico quanto altri. Alla fine della sua arringa, Todorov scrive: “L’ideologia relativista e nichilista trova in lui una sorta di compimento, e i suoi testi, lungi dal non dire nulla (…) non sono oscuri, sono oscurantisti” 12. Si può dire la stessa cosa di quanto scrive Todorov per mascherare le falle del suo supposto sapere. La parola sottratta al vincolo della lucidità “assoluta”, di stampo hegeliano, è una parola che fa pensare 13, apre delle brecce nel nostro vissuto e si deve basare sulla conoscenza e sull’attenzione per le prospettive altrui. Questo movimento di apertura è incrociato: va dalla letteratura alla filosofia per riverberarsi sulla stessa letteratura, come hanno mostrato bene le opere che a Blanchot devono molto, come quelle di Derrida e di Lévinas. Forse resta impossibile comprendere tutti questi movimenti di pensiero, così simili e così lontani, senza un riferimento alla tradizione del pensiero ebraico: assenza che nel commento todoroviano appare quasi inquietante, considerato la vacuità del giudizio politico su Blanchot – sul quale non ci soffermiamo qui per motivi di spazio 14 - che il professore-intellettuale ha deciso di trasmettere ai posteri. Che cosa stava esattamente liquidando Todorov? Lasciamo cadere ogni ipotesi. Ma non dimentichiamolo, quando applaudiamo in qualche festival certi fantocci della critica.

 

Bibliografia

M.Blanchot, L’infinito intrattenimento. Scritti sull’«insensato gioco di scrivere», Torino, 1977.

R. De Benedetti, La politica invisibile di Maurice Blanchot, Milano, 2004.

J.L.Nancy, Un pensiero finito, Milano, 1992.

T. Todorov, Critica della critica. Un romanzo di apprendistato, Torino, 1986.

 


1  Cfr. T. Todorov, Critica della critica. Un romanzo di apprendistato, Torino, 1986, p. 64.

2    Op.cit., p. 65.

3    Op.cit., p. 66.

4    Op.cit., p. 68.

5    Op.cit., p. 70.

6 M.Blanchot, L’infinito intrattenimento. Scritti sull’«insensato gioco di scrivere», Torino, 1977.

7  Op.cit., p. 6.

8  Ibidem.

9  Op.cit., p. 7.

10 Op.cit., pp. 311-320. Tutto questo capitolo andrebbe messo in relazione all’altro, in qualche modo speculare, che è La parola quotidiana. Una lettura attenta di questi due capitoli renderebbe perlomeno improbabile, se non impossibile, ridurre Blanchot a Mallarmé e alla sua ideologia letteraria.

12  Op.cit., p. 317.

13  Cfr. T. Todorov, Critica della critica, cit., p. 72.

14  Cfr. J.L.Nancy, Un pensiero finito, Milano, 1992.

15  Non contento di liquidare l’eredità letteraria di Blanchot, Todorov si abbandona a questi giudizi degni di Edipo: “Nella nostra epoca, dopo la seconda guerra mondiale, dopo le rivelazioni sul nazismo e sul gulag, abbiamo scoperto con paura e con sgomento fino a che punto può spingersi l’umanità quando rinuncia ai valori universali e li sostituisce con l’affermazione della forza. E in questo momento storico Blanchot proclama che non bisogna rimpiangere la distruzione dei valori, ma occorre mobilitare la letteratura e la critica al servizio di un nobile scopo: calpestarli più e meglio” (op.cit., p. 70).

 

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3 thoughts on “Interpretazioni tendenziose: Todorov contro Blanchot

  1. grazie per aver pubblicato questo articolo, davvero molto interessante, e per il lavoro, meraviglioso, di diffusione che ognuno di voi si impegna a fare attraverso questo blog

  2. Se si considera la sua attività di teorico della letteratura, Todorov sta allo strutturalismo come Julia Kristeva sta alla semiotica: sono due cose diverse. L’approccio di Todorov (finché è durato, cioè fino all’abiura di Critica della critica) è di tipo formalista, non strutturalista. Non è una divisione apparente. Si veda a tale proposito Lévi-Strauss, La struttura e la forma. Riflessioni su un’opera di Propp e si rileggano i saggi di teoria della letteratura di Todorov. Per esempio lo studioso bulgaro elabora formule (come in Grammaire du Decameron) non strutture di relazioni: sono due cose completamente diverse. Lui stesso ha da di recente scritto (La letteratura in pericolo) che ha abbracciato lo strutturalismo per opportunità.
    Condivido le critiche agli argomenti di Todorov ma concordo con quest’ultimo circa il principio: a mio avviso Blanchot non conduce che a un atteggiamento “spirituale”, di sintesi (opposta all’analisi) verso la letteratura – come Bataille fa della sintesi e non dell’analisi economica. Se Todorov ha ridotto Le relazioni pericolose a formule “semi-logiche” (direbbe Cirese), l’opera di Blanchot rischia sempre di produrre epigoni mostruosi che poi, seppur nolenti, insegnano all’università, o diventare opera di citazione (come quelle di Derrida, Deleuze, Foucault: si trova sempre una frase adatta da mettere in nota o nel testo; il che, evidentemente, sminuisce la complessità di questi autori, di cui spesso mi occupo, ma che comunque – non penso lo si possa negare – si prestano a simili giochetti).
    La critica del potere-sapere (accademico e argomentativo), o contro-potere e contro-sapere, va spogliata di un presunto velo d’innocenza. Il che non deve sembrare strano a chi tiene sul comodino i testi gnostici.

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