Il paese delle meraviglie: esposizione metaforico-teoretica di un vuoto imperante (Quarta Parte)

Andrea Silva 2012

Andrea Silva 2012

di JACOPO BONATO

(con una foto di ANDREA SILVA)

Alice si allontana in punta di piedi. Attraversa altri boschetti surreali ed infine seguendo un scia di fumo intravista da lontano incontra il Brucaliffo. Questo le sembra il personaggio più saggio, per quanto anche egli abbia le sue assurdità. Alice si rende conto che parte dei suoi problemi sono causati dalla sua statura. Dopo avere bevuto vari strani intrugli è infatti rimpicciolita notevolmente. La piccola ed ingenua Alice tende infatti a credere a tutto ciò che le si dice. Se vede scritto su di una bottiglietta “bevimi” cederà alla tentazione e ne assaggerà il contenuto. Così, per la sua sbadataggine, ora si ritrova minuscola ed imprigionata nell’assurdo paese delle meraviglie. La soluzione sta in un fungo, o almeno così le dice il Brucaliffo. Alice è così posta davanti ad una nuova paradossale possibilità: può mangiare una parte del fungo e crescere, oppure può mangiare l’altra e rimpicciolirsi ulteriormente. Il problema è che non riesce a capire quale parte sia quella che la farà ingrandire, quale la farà rimpicciolire. Per sicurezza staccherà due lembi opposti del magico fungo e li metterà in tasca per ogni evenienza.

Gli abitanti del mondo delle meraviglie sembrano tutti bambini. Piccoli piccoli e fieri d’esserlo. In tal senso gli esclusi sono ridotti a degli eterni Peter Pan, “bamboccioni” creati ad hoc da un sogno imperante, da un paese delle meraviglie che dona illusioni che distraggono e acquietano. Buoni selvaggi ignari della loro sorte, eppure felici nella loro ignoranza. Ecco il genere di cittadino che ogni governante vorrebbe avere! Eppure, nonostante tutta la felicità posticcia ed irreale che il paese delle meraviglie può tentare di distribuire, rimane vivo ed indelebile il fatto che qui non c’è posto e che inoltre le poche risorse disponibili vengono ulteriormente razziate e mal impiegate. E quando tutto sarà stato divorato, arriverà l’ora dei piccoli bambini: ogni meraviglia nasconde infatti una modesta proposta.

Quanti giovani italiani ed italiane sono trattati come bambini? Presi in giro da cappellai matti e da leprotti marzolini del caso? Illusi dal sogno di una vita ordinaria, sogno che mai si avvererà? Rallentati nel loro percorso di maturazione? Parcheggiati in un sistema scolastico che non ha mai fine, al solo scopo di rallentare la loro entrata nel mondo del lavoro, proprio perché di lavoro e posto non ce ne sono? E poi attese, lunghe ed infruttuose attese per avere che cosa? Per rientrare di sottobanco in quello stesso sogno che li aveva esclusi e che lentamente sta divorando ogni cosa?

L’antidoto alla situazione di degrado in cui oggi si vive è rappresentato metaforicamente dal fungo. Che significa crescere e tirare fuori il coraggio: alzarsi e camminare! Smettere di sentirsi piccoli ed impotenti, rimanendo quindi nel sogno, colpevoli di esserci rimasti, di averlo scelto ed accettato, schiavi di questo meccanismo e del pieno, della mala ricchezza che produce un indecoroso asservimento ad un sogno fasullo. Crescere significa uscire dal sogno, allo stesso modo in cui Alice, una bambina piccola ed illusa come tanti e tante di noi, troverà il coraggio di ribellarsi, di criticare la Regina e di dirle in faccia cosa pensa di lei: “non siete altro che una grassa pomposa, bisbetica, vecchia tiranna”. Che avrà l’intelligenza di riconoscere e di svelare che il tessuto sotteso al mondo delle meraviglie è un gioco, o peggio ancora una malattia. La soluzione, il fungo, dona il coraggio di non avere peli sulla lingua quindi. Porta alla schiettezza e all’onestà. Porta alla ricerca della verità. Il problema è che non è dato a sapersi quali effetti reali possa provocare il fungo. Una parte potrebbe confondersi con l’altra. Ciò che fa crescere potrebbe essere confuso con ciò che rimpicciolisce. Ancora confusioni inestricabili e soluzioni che stentano di venire a galla.

Galvanizzata dalla sua nuova scoperta Alice si incammina alla volta di casa. Sfortuna vuole che tutte le strade portino dalla Regina. Così, senza volerlo, la piccolina finisce al castello reale, dove conosce la temibile Regina di Cuori, arcigna e bisbetica padrona di tutto il paese delle meraviglie che le comanda sempre “fai la riverenza mentre pensi, così risparmierai tempo”. Alice è così invitata a giocare una sciocca partita di croquet, truccata appositamente per far vincere la Regina. È proprio in questa occasione che Alice fa perdere le staffe alla Regina (per colpe che nemmeno sono sue) e viene così accusata di lesa maestà. La pena potrebbe essere la decapitazione. Perdere la testa. Assurdamente la Regina minaccia sempre, eppure non taglia la testa mai a nessuno. Ad ogni modo Alice subirà un processo assurdo, senza capo né coda, in cui prima viene la sentenza, poi i testimoni. Tutto il potere della corte di cuori e tutte le contraddizioni del paese delle meraviglie si mostrano ora ad Alice nella loro patente assurdità.

Il potere, cioè il capo, decapita. Affinché ci sia un capo non devono infatti sussistere altri capi. Ne basta uno. Il potere non vuole altre teste, altre menti che pensino. Vuole solo un corpo efficiente che risponda ubbidientemente agli ordini, a sottolineare lo svilimento del pensiero attuato dal potere per annullare la critica, la resistenza, l’opposizione. Ma in questo senso il potere svilisce lo stesso corpo, poiché lo rende una mera macchina, un automa, quasi fosse materia inerte e morta. Il corpo così privato di vita ed attività fin dalle sue fondamenta risulta annullato (ucciso) ed in tal senso non  potrà più svolgere le sue funzioni. Il potere si rivolge contro se stesso e rischia di minare persino se stesso, dal momento che priva di vita la sua base corporale costitutiva. Tutta la dialettica malata di vuoto e pieno si riversa sullo stesso potere. Questa dinamica non solo risulta dannosa per gli esclusi, per coloro che non avranno posto, ma intacca anche lo stesso pieno, la stessa ricchezza che vuole preservare se stessa, lo stesso potere autoritario che agisce e vive nel paradosso, nel ribaltamento di se stesso, nel ridicolo, nella farsa, nella messa in scena di se stesso [1].

Lo stato democratico autoritario capitalista che si basa su simile premesse, che si fonda cioè su di una dialettica malata di vuoto e pieno, è semplicemente un enorme teatrino, un’enorme farsa, un’enorme bufala: un paese delle meraviglie. Il suo capitalismo significa soltanto quell’accumulo indiscriminato di un capitale che non viene reimpiegato, ben gestito, fatto fruttare e circolare. Il capitale è qui semplicemente consumato ed ipocritamente messo in scena come falsa ricchezza intoccabile. Un paese in cui si esercita un potere paradossale, fondato su dinamiche malate e contraddittorie, pone le basi del suo stesso fallimento. In tal senso il presente discorso non mira ad essere scioccamente anticapitalista, ma tenta al contrario di svelare la dinamica che consuma il capitale e che si dimostra essa stessa essenzialmente anticapitalista.

E questo stato non è nemmeno una Repubblica. Cosa apparterrebbe infatti a tutti: il vuoto? Certo, tutti noi abbiamo diritto di voto. Che non è poco. Come cittadini liberi possiamo esercitare la nostra scelta. Ma non sono forse le stesse scelte dei cittadini italiani che hanno creato il vuoto presente, o che ad ogni modo hanno plasmato l’Italia così come essa oggi è? Sono infatti gli italiani e le italiane che hanno scelto di consumare. Hanno scelto classi politiche vergognose. Hanno scelto di credere al sogno e di goderselo fino in fondo. Hanno scelto così di trasmetterlo a figli e nipoti in una catena onirica ininterrotta. Hanno scelto di riempire il loro tempo nel divertimento e nell’irresponsabilità. Magra consolazione la libertà di voto, poiché rispecchierà le scelte più basilari che a loro volta sono fondate nella ancora più basilare mentalità che contraddistingue il modo di vivere e di intendere la vita di un popolo, in questo caso quello italiano. È questa mentalità, che è essa stessa una qualche scelta più o meno conscia, che deve essere cambiata. Se un simile cambiamento fosse possibile, cambierebbe anche il modo di votare, che è solo l’aspetto più estrinseco e superficiale di ciò che si agita nel profondo del cuore e della mente di italiani ed italiane. Cambierebbero gli stessi politici di conseguenza, perché cambierebbe il modo di essere e sentirsi italiani. Cambierebbero italiani ed italiane. Cambierebbe l’Italia. Ma fino a ché il sogno del paese delle meraviglie rimarrà la vera costante, nulla di nuovo splenderà sotto il sole.

Alice è subissata di chiacchiere. Contornata dallo sciabordio di parole inutili, di testimoni che non sanno, da giurati che ripetono testimonianze inesistenti, da una regina bisbetica che parla e minaccia, ma non fa nulla, da un Re che parla a vanvera e che nessuno ascolta, da una corte di carte che applaude ed urla pazzamente. Il paese delle meraviglie è tutta una chiacchiera priva di efficacia. Ed è da questa chiacchiera illusoria che Alice vuole scappare. Morde perciò il suo fungo magico, cresce a dismisura portando lo scompiglio nella corte e scappa dichiarando “non siete altro che un mazzo di carte”.

Un’altra dialettica malata contraddistingue il paese delle meraviglie: un pieno di parole associata ad vuoto di fatti. Ecco un altro aspetto dell’illusione. Si parla troppo e si fa poco o niente. L’Italia delle tante e belle parole, ma della mancanza di fatti. Troppe chiacchiere e nessuna concretezza. L’Italia dei cantieri, delle imprese, delle opere che non finiscono mai. L’Italia degli spot, delle pubblicità, degli slogan, della bella vita, del sentirsi gonfi di bei pensieri ed intenzioni, dei politicanti e delle loro tiritere, dei presentatori TV. L’Italia dei falsi contratti, vincolanti per finta, poiché annullabili dalle solite tangenti e dalla corruzione. L’Italia circondata dal suono imperante delle parole che escono dalle radio e televisioni e che ci accompagnano di giorno e di notte. Viviamo in un discorso imperante. In un brusio di sottofondo onnipresente. Per dirla con Amleto: parole parole parole. Ma qui si assume che le parole debbano essere commisurate con i fatti. Non nel senso della corrispondenza classica tra parola e cosa. Ma nel senso di una corrispondenza attiva, nella praxis: alle parole che sono dette devono seguire i fatti annunciati da quelle parole. Corrispondenza nell’annuncio quindi. Questo è un impegno che il parlante è tenuto a prendersi. E laddove l’impegno è mantenuto le parole proferite saranno oneste. Quel che si intende è che è necessario fare ed agire, altrimenti si è soltanto venditori di fumo:  ipocriti ciarlatani. C’è quindi un discorso imperante in Italia, una fioritura indebita della parola, una logorrea imperante, un pieno di parole, cui corrisponde un’impotenza ed una mancanza di fatti correlativi dall’altra. Qui manca un impegno concreto e reale in relazione alle parole espresse.

Eppure alla proliferazione indebita ed inutile delle parole è corrisposto il silenzio sottomesso degli italiani di fronte a cose di cui si sarebbe invece dovuto dire qualcosa. Il silenzio dell’omertà mafiosa. Il silenzio di fronte ad una violenza. Il silenzio di fronte alle ingiustizie. Il silenzio di fronte a chi fa lo sgambetto, che taglia la fila. E l’accettazione supina e masochistica di tutto ciò che non va. «Sopportate infatti chi vi riduce in schiavitù, chi vi divora, chi vi sfrutta, chi è arrogante, chi vi colpisce in faccia», rimproverava Paolo ai Corinzi.[2] E tanto più si sta zitti da una parte, tanto più si sentirà l’esigenza di sfogarsi e di parlare dall’altra. Esigenza che si concretizzerà in un’ulteriore logorrea isterica ed inutile, che non toccherà mai il vero problema.

Le lamentele sono all’ordine del giorno. Un altro tipico cliché del bel paese. La coda al supermercato, il traffico, i malfunzionamenti delle compagnie telefoniche, i ritardi dei treni, l’aumento dei prezzi, la politica che va a rotoli, l’Italia che non funziona e via dicendo. Ed in tal senso si avrebbe addirittura la presunzione di mostrare una qualche responsabilità civica. Di essere addirittura critici. In realtà sono tutte lamentale egoistiche: si pensa infatti solo a se stessi ed ai propri disagi. Lamentale soffocate, che non costruiscono nulla. Proferite e rimaste nella sola emissione sonora delle mura domestiche, tra la piccola cerchia di amici. Ancora: parole vuote cui non corrisponde nulla. Dette tanto per essere dette. O per sfogo. Così si parla troppo e di tutto, tranne di ciò di cui si dovrebbe davvero parlare. Cioè non si parla di niente. Anche qui una dialettica malata tra silenzio e logorrea. Ecco perché il presente scritto non mira ad essere una sterile lamentela, ma tutto al contrario, esso auspica un’Italia che si riprende, che inizia nuovamente a produrre, ad essere. Un’Italia che si svegli dal sogno in cui tutto le è dovuto e che per questo può permettersi di poltrire.

Alice corre via, apre porte, le sbatte alle sue spalle di fretta e si inabissa sempre di più nei meandri del castello di cuori, inseguita dalla corte imperiale. Si ritrova infine nelle segrete, dove sono ubicate le prigioni reali. Qui la piccola bambina vede i prigionieri del paese delle meraviglie, i prigionieri del sogno. Come gli abitanti della grotta del mito platonico sono incatenati e costretti a vedere soltanto le ombre delle cose riflesse sulle pareti delle loro celle. Tra di loro eccelle chi è più in grado degli altri nel riconoscere e ricordare riflessi ed ombre. Ancora spettri e fantasmi si aggirano per il paese delle meraviglie. “Che sciocchi” pensa Alice. “Se solo si accorgessero che basano la loro vita su riflessi ed immagini, mentre, le vere cose, le cose più importanti nemmeno le vedono. Persi nei sotterranei, al buio, disabituati al sole ed alla sua luce. Ma forse sono io ad essere pazza. Anche dicessi a loro del sole, della luce, delle cose che non riescono a vedere, chi mi ascolterebbe? Mi caccerebbero di malo modo. O tenterebbero di rendermi simile a loro.” Alice ne ha abbastanza. Ha conosciuto a sufficienza il suo fantastico mondo delle meraviglie ed ora se ne vuole davvero andare una volta per tutto. Così si avvicina alla toppa della serratura dell’ultima porta che la separa dal mondo reale, per sbirciare attraverso. E finalmente capisce la verità: Alice è dall’altra parte del sogno, dello specchio, addormentata sopra i rami di una bella quercia. La verità è che il paese delle meraviglie è tutto un sogno. E la sua presenza in quel sogno non è altro che un’illusione. Essa stessa un sogno umbratile. “Alice! Alice! Svegliati!” grida allora e si chiama da sola.

La grotta è il vuoto, pieno di ombra. Ma è quel vuoto chiuso, che chiude e che si riempie in fretta. Che perciò miete le sue vittime: che le ingabbia, le rende schiave e le fa vivere in un sogno di riflessi: in una allucinazione. Il Sole è lo spazio aperto, il vuoto pieno di luce. Cioè un vuoto aperto, infinitamente aperto, che non si riempie mai. Anche perché la sua pienezza di luce non toglie spazio. La luce non crea saturazione. La luce riempie con cura e leggerezza. La luce lascia spazio e libertà. Ed illumina direttamente le cose, le fa vedere per quel che sono. C’è vuoto e vuoto quindi. Ci sono un vuoto ed un pieno malati che si fanno nel chiuso, nell’oscurità, metafora della massoneria, del complotto, dell’accumulo, dell’egoismo, dell’imbroglio, del nascondimento, nonché del lento consumo della torcia che prima o poi si spegnerà. E ci sono un vuoto ed un pieno che si fanno all’aperto, sotto la luce del sole, metafora dell’onestà (intellettuale), che è come una luce che illumina tutto. Sembra allora che si sia puntato sul vuoto ed il pieno sbagliati. Lo spazio concettuale da abitare dovrebbe essere quello aperto della luce. Non la grotta. Non il sogno.

Eppure si constata anche una innata tendenza tutta umana a rintanarsi in grotte e spelonche di caso. Ed è qui, nell’illusione, nel paese della meraviglie in tutta la sua paradossalità di “sogno di sogno”, di contraddizione incarnata, che si gioca il “caso Italia”. Chi eccelle è chi impara meglio degli altri ad illudersi ed essere illuso. Chi accetta l’illusione e gioca con essa, secondo le sue regole. Chi opera coerentemente al tessuto paradossale ed irreale del paese delle meraviglie, dando vita ad un ennesimo svuotamento, ad un ennesimo indebito consumo di ciò che ancora rimane da consumare. Rendendo il paese ancora più onirico e contraddittorio. Eppure, questo mondo allucinato, debole, malato, contraltare della proliferazione di un potere arrogante ed illusionista che vive dell’insicurezza ed incapacità di reagire di italiani ed italiane, può venire esso stesso svelato per quel che è. Tutto il sogno, tutto il paese delle meraviglie può sfaldarsi e mostrarsi per quel che è. Basta soltanto dire “questo è un sogno”, affinché il sogno finisca. È necessario perciò svegliarsi e crescere. Per costruire nuove prospettive ed un futuro credibile. Per trovare quel posto da sempre mancante. Che non sia però una delle tante sedie vuote e piene che si accalcano al banchetto delle meraviglie.

Per fare tutto ciò è necessario chiamarsi. Spronarsi. Gridare ad alta voce la propria verità. E così svegliarsi. L’ombra, il fantasma, deve chiamare il suo nome ad alta voce per essere. Per uscire dalla sua condizione di irrealtà e sonnambulismo. Per fissarsi a qualcosa e rendersi così reale. Il sé chiama il sé. Il sé si rivolge a sé. La coscienza si chiama, da dietro allo specchio. La voce esce dal buco della toppa, dallo spazio angusto in cui è rinchiusa e vuole viaggiare. Vuole estendersi e toccare la verità della cosa. La verità del sé: che non si è mai presso se stessi, ma si è sempre assenti e distanti. Cioè che si è sempre vuoti e mai pieni. Mai conclusi ed arrivati. E che la corsa verso se stessi non è mai finita. Eppure, drammaticamente, nel paese delle meraviglie si è finiti prima ancora di avere iniziato a correre.

Ciò che separa Alice dalla sua figura reale è un labirinto. Per svegliarsi Alice deve aprire l’ultima porta del sogno ed inoltrarsi nel labirinto. Il sogno, nel quale si trova la Alice onirica, è contraddistinto da un dedalo contraddittorio di strade che portano a vicoli cechi o si ritorcono su se stessi. Una struttura sommamente complessa, ramificata, involuta. Eppure, questo intricato complesso di strade e non-strade conduce alla realtà, alla Alice in carne ed ossa che se ne sta fuori addormentata. Così il richiamo di Alice, il suo urlo per svegliarsi, deve percorrere le contraddizioni del labirinto delle meraviglie, deve snodarle e risolverle, deve vedere la via che che le attraversa tutte per raggiungere la vera Alice. Riuscirà la piccola e coraggiosa bambina, inseguita dalla corte di fanfaroni, a scovare il coraggio per correre pazzamente e trovare finalmente la via di casa? Troverà la forza per uscire e vedere le stelle? E avrà capito ora la contraddizione che caratterizza il paese delle meraviglie? La contraddizione che caratterizza il sogno?

Per riassumere quanto finora osservato, il paese delle meraviglie nasce da una originale commistione di vuoto e pieno. Il pieno di ricchezza ed opulenza con il quale ci riempiamo e ci hanno riempiti la testa. Coniugato al vuoto dell’incapacità di usare davvero questa ricchezza. Ricchezza che viene invece sperperata e mal impiegata. E ricorsivamente il vuoto crea altra falsa pienezza, crea il sovraffollamento che ostacola e blocca tutto e che svuota, consuma, divora. Poiché la falsa ricchezza è già in sé vuota, incapace, bloccata, ed  in tal senso produrrà soltanto altra falsa ricchezza, altri banchetti surreali, altre belle scene ed immagini intoccabili che rassicurino, cioè altri sogni illusori e distraenti, che in verità sono già vuoti ed inconsistenti. C’è qualcosa che non va allora. Una deficienza di fondo che si è trasmessa da generazione a generazione. Che è così lentamente fiorita fino ad esplodere. Che si è lentamente ingigantita come un cellula tumorale che si espande ed ingloba tutto.

Ciò che qui si sostiene è che ci sia quindi un problema strutturale di fondo. Così come si afferma in maniera più generale che esista una radicata contraddizione di fondo, che intacca la struttura del paese e che più profondamente la costituisce. Quasi una malattia endogena, un cancro paradossale che divora tutto nella contraddizione di porre e dare qualcosa. Ma ciò che dà si dimostra vuoto ed inconsistente: si dimostra un sogno ad occhi aperti. Il famoso miracolo italiano che mai è avvenuto e che mai avverrà.

Ancora più genericamente e metaforicamente qui si sostiene che la contraddizione sia da vedersi in una malattia dell’umano. Perché la malattia, il cancro, la struttura contraddittoria che caratterizza l’Italia è necessariamente basata sulle scelte fatte nel corso del tempo da italiani ed italiane. Su tutte le decisioni politiche, sociali, economiche, culturali, di costume che hanno intrapreso per gestire e per vivere la loro vita. E sopratutto su tutto ciò che al contrario non hanno fatto ed avrebbero invece potuto fare. Perché l’Italia è ciò che è? Perché qui si sono fatte simili scelte e non altre? Cosa ha portato degli esseri umani, nello loro umanità, a percorrere la strada che porta al paese delle meraviglie e non altre? Ecco la domanda che dovrebbe venire rivolta oggi a tutti gli italiani e le italiane, cioè a tutti quei protagonisti inconsapevoli, che hanno reso il loro paese ciò che oggi è: il paese delle meraviglie.


[1]    Queste considerazioni attorno ad una paradossalità del potere, ad un retro oscuro e contraddittorio che fonderebbe lo stesso potere, si ritrovano in Slavoj Žižek, Il grande altro. Nazionalismo, godimento, cultura di massa, Milano  2000.

[2]    Paolo di Tarso, Seconda lettera ai Corinzi, 11:20.

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