L’orrore fenomenologico di H. P. Lovecraft: il sogno e il nichilismo, il fascinans e il tremendum (Prima Parte)

Howard Phillips Lovecraft

Howard Phillips Lovecraft

di LENI REMEDIOS

Nella gamma dei pregiudizi, quelli letterari sono senz’altro i più resistenti. Ho sempre nutrito una forte riluttanza verso gli scritti di Lovecraft: essendo la sottoscritta più incline al lato psicologico delle weird tales, l’idea di affrontare le creature tentacolari dello scrittore di Providence non mi ha mai allettato. Ma ho dovuto far cadere le barriere, di fronte ad un uomo che ha influenzato ogni tipo di artisti e non solo scrittori, come lo svizzero Giger nel panorama delle arti visive e musicisti di ogni genere (dai Metallica, ai Vision Bleak, agli Iron Maiden fino ai progressive H.P. Lovecraft); un uomo che ha spinto studiosi di filosofia ad azzardate comparazioni con la fenomenologia di Husserl e che, dulcis in fundo, assieme al gallese Arthur Machen e all’inglese Algernon Blackwood rappresenta quel che io chiamo “la triade pre-Kinghiana”, ovvero il terzetto di autori di riferimento per qualsiasi amante del weird, horror, thriller etc, che precede in ordine temporale l’avvento di Stephen King [1].

Mi sono chiesta, in breve: cos’è che fa di Lovecraft un punto di riferimento imprescindibile, una specie di fenomeno – al pari delle creature nate dalla sua stessa fantasia – non scevro di contraddizioni,  sospinto prima da un’emarginazione snobistica da parte della critica letteraria, poi dall’entusiasmo quasi fanatico dei suoi lettori, infine incluso di recente nel canone dei classici della letteratura americana? Cos’è, nella produzione del solitario di Providence, quell’elemento che attrae e repelle, il quid alchemico che crea sconcerto, stupore metafisico o, al contrario, imbarazzo e distanza, se non un mal celato atteggiamento di ridicolizzazione dei suoi scritti?

Howard Phillips Lovecraft nasce a Providence, Rhode Island, nel 1890 e sempre a Providence muore nel 1937. I suoi scritti compaiono nell’arco temporale che va dal 1917 (in cui viene editato Dagon) fino al 1935/36, in un periodo storico cruciale per la prima metá del Novecento, ovvero fra la prima guerra mondiale in corso e la grande crisi economica coi suoi strascichi.

La biografia dell’autore offre spunti fondamentali ed assai accattivanti per comprenderne la produzione: entrambi i genitori finirono i propri giorni fra le mura di un istituto per malati mentali (prima il padre, diversi anni dopo la madre); la madre tendeva a segregarlo in casa poichè “brutto” e fin da ragazzino soffrí di terribili emicranie e di una salute in generale cagionevole; il nonno materno lo avvió fin da piccolo alla lettura dei classici del genere gotico, fra cui Edgar Allan Poe, e di opere intramontabili come Le mille e una notte e L’Odissea mentre la nonna materna gli trasmise la passione per l’astronomia, elemento che influenzerá pesantemente la sua scrittura, tanto da fargli attribuire la definizione di cosmicismo. A ció si aggiunga la passione innata del giovane Lovecraft verso la chimica e l’amore per la filosofia, le scienze esoteriche, l’occulto, aspetto che l’accomuna agli altri due autori della triade, Machen e Blackwood.

Si potrebbe considerare la produzione di Lovecraft sotto molteplici punti di vista: dal punto di vista meramente tecnico dello sviluppo narrativo e degli stratagemmi letterari che utilizza; dal punto di vista delle emozioni che i suoi racconti evocano nel lettore; infine dal punto di vista dei temi sottesi all’impianto fantastico/fantascientifico generale. A mio avviso quest’ultimo aspetto è quello più intrigante e più filosoficamente pregnante. Tuttavia tutti questi aspetti sono intimamente interconnessi fra loro e farne un’analisi ordinata  risulta un’impresa assai ardua. Vediamo di provarci.

Una scrittura geometrica e ciclica

Quel che colpisce immediatamente della scrittura di Lovecraft è l’accuratezza, l’estrema, glaciale precisione con cui egli riporta i dettagli di vicende fantastiche ed inverosimili: con un rigore maniacale torna ciclicamente sullo stesso tema del racconto senza darne mai un dispiegamento totale, creando dei continui e ciclici “pre-climax” che tengono inevitabilmente il lettore inchiodato alla sedia. In questo è magistrale – anche se minacciato dal rischio della prolissitá – uno dei pochi romanzi di Lovecraft, Alle montagne della follia, a mio modesto parere uno dei lavori più perfetti del genio di Providence.

Inoltre, com’è noto, espediente molto utilizzato dallo scrittore è il rimando, in racconti diversi, a soggetti o temi ricorrenti, come pseudo divinitá (Cthulhu o Yog-Sothoth) o testi occulti di fantasia, uno dei quali è il terrificante Necronomicon, scritto nel 730 d.C. circa dal “folle arabo” Abdul Alhazred. Ció, se da un lato puó creare il rischio di una certa monotonia dei soggetti narrativi, d’altra parte ingenera nei lettori una sorta di familiaritá: l’immaginario di Lovecraft diventa cosí un labirinto intricatissimo in cui peró non è difficile orientarsi. Edifici dalle proporzioni ciclopiche e dalle geometrie inusitate, antri maleodoranti, squadre di studiosi pronti a compiere una pericolosa spedizione, cani che abbaiano selvaggiamente in vicinanza di presenze negative, attendenti negri o mulatti [2] tornano continuamente come il ritornello di una melodia nota. Si potrebbe anche dire questo, con uno sguardo panoramico alla sua produzione: si ha la sensazione che ci sia una sorta di “rincorsa” dell’autore, in cui Dagon è quasi preparatorio a Il richiamo di Cthulhu e il Richiamo di Cthulhu è quasi preparatorio a Alle montagne della follia, tanto per seguire una linea.

Lovecraft è ricorrente anche nei temi che sono assenti: il suo è un immaginario asessuato, dove le donne compaiono pochissimo e, se lo fanno, nella maggior parte dei casi sono accessorie allo svolgimento del male, come Lavinia Whateley, la madre albina e deforme di Wilbur, in L’orrore di Dunwich o la vecchia strega Keziah in Sogni nella casa stregata.

L’altro assente clamoroso è lo spessore psicologico dei personaggi: dei protagonisti sappiamo solo che sono degli studiosi o dei personaggi attratti dal mistero, la cui fame di conoscenza o, a seconda, un passato oscuro e malevolo nella propria storia familiare, li porta a varcare ambiti extra-sensoriali o, comunque sia, inquietanti. Insomma, quel che basta al dispiegamento delle vicende. Tuttavia, di approfondire l’aspetto psicologico dei singoli personaggi a Lovecraft, molto prosaicamente, non importa proprio nulla.

Talvolta si ha l’impressione che, in tutte le sue storie, si tratti in realtá sempre di uno stesso, medesimo personaggio, di cui cambiano solo alcune varianti, o al massimo i personaggi ricorrenti sono due: il protagonista che “sceglie” di farsi guidare attraverso il magico e che il più delle volte soccombe, ed un co-protagonista (di solito uno specialista come uno studioso, uno psichiatra, etc od un gruppo di soggetti simili) che tenta un’indagine più razionalmente scientifica delle stesse vicende e meno emotivamente coinvolgente, spesso fallendo nel tentativo o perdendoci in salute psichica (I ratti nel muro, Alle montagne della follia, L’orrore di Dunwich, Il caso di Charles Dexter Ward).

Sembra che a Lovecraft non interessi il singolo e i suoi specifici tratti psicologici, bensí l’archetipo e quel che rappresenta. Quel che importa al solitario è entrare nel sogno, andare “al di lá delle sfere”, costi quel che costi. L’obiettivo dell’autore è la resa di tensione, la creazione dell’atmosfera magicamente claustrofobica [3]. Strumentale a questa ricerca è – assieme ai personaggi, meri strumenti – l’accurata descrizione dei luoghi, pur nella loro aberrante e fascinosa deformitá, come le lande desolate di Dunwich, le quali rispecchiano le figure ombrose e diffidenti dei suoi abitanti; o nella loro fantastica inumanitá, come le ciclopiche cittá che si dipanano dinanzi ai differenti protagonisti, cittá che spesso, coi loro alti minareti e le loro cupole maestose, avvolte in un silenzio e in una luce scevra da ogni presenza umana, ricordano molto da vicino le cittá arabe in mezzo al deserto, di cui forse il giovane Lovecraft subí il fascino attraverso la lettura de Le mille e una notte.

Del resto Lovecraft ammetteva candidamente, nelle sue lettere, di non nutrire alcuna forma di empatia verso il genere umano, ma che tutto il suo interesse e la volontá di indagine andassero verso il paesaggio, verso gli anfratti di mistero che la natura offre. Sostenne ció fino ad affermare una forma di identificazione verso il territorio che lo ispirava – prima di tutto il contesto in cui nacque – e l’estrema, celebre enunciazione di questa identificazione sta in quel “IO SONO PROVIDENCE”, scolpito nella pietra commemorativa del cimitero della cittá. Ecco una delle grandi, bellissime contraddizioni di quest’autore: dal macrocosmo del cosmicismo al microcosmo dell’identitá nativa; dagli spazi siderali senza fine alla piccola realtá americana della propria cittadina [4]. In realtá, se uno guardasse a ció con un altro sguardo, non parlerebbe di contraddizione, bensí di unitá degli opposti, quella stessa che animava Paracelso e gli alchimisti che Lovecraft richiama nelle sue storie.

[FINE PRIMA PARTE]

[1] E’ lo stesso Stephen King a contemplare questi autori fra i suoi maestri.

[2] Non mi soffermo per motivi di lunghezza sulle allusioni razziste di Lovecraft, rimando per questo alle considerazioni di S.T.Joshi, massimo studioso lovecraftiano, per il quale il razzismo di Lovecraft è innegabile e non del tutto riconducibile/riducibile al contesto sociale dell’epoca; mi limito qui a sostenere che, a mio modesto avviso, il razzismo di Lovecraft  (peraltro contraddittorio) abbia radici squisitamente psicologico-biografiche.

[3] T.S. Joshi parla di “incanto e atmosfera mesmerica di orrore e soggezione”. Si veda  Interview to S.T. Joshi By Wil Forbis, June 16th  http://www.forbisthemighty.com/acidlogic/stjoshi.htm (traduzione mia).

[4] In realtá tale affermazione nasconde, molto ironicamente, un doppio senso semantico: “Io sono la Provvidenza”, frase che Lovecraft cita in una lettera indirizzata a James F. Morton nel 1926. La citazione è una frase di Satana presa da La vita di Sant’Antonio di San Atanasio, un testo cristiano: “Una volta un demone eccessivamente alto apparve pomposamente ed osó dire ‘Io sono il potere di Dio ed Io sono la Provvidenza, cosa vorresti che ti donassi?’

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