Il paese delle meraviglie: esposizione metaforico-teoretica di un vuoto imperante (Prima Parte)

Andrea Silva 2011

Andrea Silva 2011

di JACOPO BONATO

(con una foto di ANDREA SILVA)

Qui si narrerà il percorso che la piccola Alice è costretta ad intraprendere in quel sogno fantastico che è il paese delle meraviglie. Varie “stanze” oniriche si susseguiranno nel corso dell’esposizione, stanze che vorrebbero rappresentare figurativamente alcune caratteristiche salienti della società italiana. Lo scritto sarà così caratterizzato da due livelli discorsivi. Il primo, strettamente metaforico, che narra la vicenda vera e propria di Alice e le sue riflessioni. Il secondo, più teoretico, che applica in più modi alla realtà cogente le metafore presentate. Il tentativo sarà quello di descrivere la situazione paradossale e contraddittoria che contraddistingue quel paese delle meraviglie che sembra essere l’Italia.

Alice è una bambina piccola. Vive tra i suoi sogni e le sue fantasie. Non le piacciono i libri: troppe parole. Vorrebbe solo immagini, figure, per poter fantasticare meglio e perdersi tra i suoi pensieri. Alice è chiusa in se stessa. Fatica a vedere il mondo. Vorrebbe vivere in un paese che non c’è, dove ogni cosa funziona al contrario, dove “ciò che non è sarebbe e ciò che sarebbe non è”. Vorrebbe vivere in un paese delle meraviglie dove i gattini rispondono “sì signorina”. Dove i fiori ed i ruscelli parlano ed intonano magnifiche canzoni. Vorrebbe vivere dietro lo specchio, dove ogni cosa si ribalta nel suo contrario: nella contraddizione.

In ognuno di noi vive una piccola Alice. Una piccola bambina visionaria della contraddizione. In ognuno di noi vivono sogni e contraddizioni. Così come tutti noi siamo chiusi nei nostri desideri, nelle nostre case, tra la nostra piccola e scelta cerchia di amici, diffidenti degli altri, di ciò che è diverso. Così siamo spesso scontenti di questa nostra realtà. E cosa facciamo allora? Decidiamo spesso di sognarne un’altra, pur di non affrontare quella presente ed in tal modo compiamo una sorta di violenza nei confronti della realtà, scagliandoci contro di essa. Il sogno è perciò una forma di scontro, ovvero di contraddizione. Esso risulta allora la controparte contraddittoria della realtà, volta a supplire le carenze in essa insite. Questa è in fondo la prima lezione che possiamo imparare se comprendiamo il viaggio di Alice come un viaggio alla scoperta dell’illusione che caratterizza il troppo sognare e desiderare ciò che non c’è. Ma la prospettiva che qui si vuole sollevare è un’altra, molto più ritorta e paradossale.

Se fosse invece questa stessa realtà a nascondere in sé una contraddizione insanabile? Se Alice, nel suo troppo fantasticare, cogliesse la struttura più intima di questo mondo? Se quel sogno dove tutto funziona al contrario fosse ciò che tutti noi viviamo e vediamo qui ed ora? Se questa vita fosse un sogno (il sogno di Alice)? Se il sogno con cui fuggiamo dalla realtà fosse esattamente la stessa realtà che viviamo (e da cui ci illudiamo di fuggire)? Se questa Italia fosse essa stessa un sogno, una contraddizione patente: il paese delle meraviglie?

Alice desidera ed ama il suo sogno fantastico. È stufa della realtà quotidiana: troppo noiosa. Fatta di lezioni pedanti ed impegni che le pesano troppo. Ella vorrebbe vivere in quel mondo che non c’è. Eppure una volta dentro si rende conto che quello che credeva un sogno è in realtà un incubo popolato da strane e malefiche creature. Ed allora piange, si dispera e vuole scappare. Vuole uscire dal suo sogno per ritornare alla realtà, alla cara e calda e tanto monotona realtà della campagna inglese, dalla quale inizialmente voleva fuggire. I sogni spesso nascondono delle terribili verità. Ed è quello che Alice scoprirà nel suo viaggio nel paese delle meraviglie.

Il troppo sognare e desiderare ha dei lati oscuri. Innanzitutto si mostra come un incubo, poiché, la lontananza ed il rifiuto della realtà, non può che dar vita ad una zona di irrealtà che si scontra con la verità di ciò che c’è. Che tende a nascondere questa verità, creando vuoti e terribili segreti.. Che tende a creare dei mostri perciò: fantasmi e spettri, contraltari della realtà. Il troppo sognare diventa un incubo allora e produce una contraddizione internamente a se stesso. Da paese delle meraviglie si trasforma in paese degli orrori. In seconda istanza, il troppo sognare, in quanto eccesso, rischia di trasbordare e di intaccare la stessa realtà. Di conseguenza, al suo massimo livello, e altrettanto contraddittoriamente, alla fine diventa reale. Dilaga in questa stessa realtà e la intacca con la contraddizione che porta dentro di sé. Realtà e sogno in conclusione si mescolano e creano la più grande confusione e contraddizione possibile.

Chi cammina per le strade con la testa piena di sogni e di desideri inespressi, soffocati, non può che vivere egli stesso in maniera soffocata ed angosciata. Scappa da questa realtà, perché non riesce a vivere in essa. Perché già non la vive bene. E scappa perché non riesce ad adattarsi ad essa. Non riesce a trovare in essa un posto. Escluso e rigettato fin dall’inizio: perduto in un sogno. Molto probabilmente egli arriverà a riflettere e proiettare questo stesso sogno sulla sua realtà, quella dalla quale avrebbe voluto fuggire. Perché, in fin dei conti, questa è l’unica realtà concreta che abbia in cui vivere. Paradossalmente cercherà quindi di trasformarla ad immagine e somiglianza di quel sogno. Ma quel sogno nasce già come contraddizione di quella realtà, già come esclusione e fuga da essa. In tal modo questo sogno proiettato sulla realtà produce la più colossale delle contraddizioni. Che ciò che contraddice la realtà diventi la realtà stessa.

Il sogno di Alice inizia come ogni sogno inglese che si rispetti: con un bellissimo banchetto, con canti, balli ed una tavola imbandita di ogni delizia, per rendere speciale il momento più importante della giornata: l’ora del Tè. Alice vorrebbe sedersi al banchetto delle meraviglie, assieme ai due buffi personaggi che lì incontra: il Cappellaio matto ed il Leprotto marzolino. Chi non lo vorrebbe? Eppure le viene risposto che non c’è più posto (“non c’è posto, non c’è posto, siamo al completo”). Alice rimane esterrefatta: in realtà tutti i posti sono vuoti: non c’è anima viva. Quei due matti la prendono forse in giro. Eppure questo gioco stuzzica la sua fantasia. Se è tutto pieno è come se per ogni sedia vuota ci fosse un commensale invisibile ed assente: uno spettro, un fantasma. Alice inizia allora a fantasticare sulle possibilità intrinseche ad una simile situazione paradossale. Il Cappellaio ed il Leprotto potrebbero addirittura avere ragione: una folla di fantasmi si accalcherebbe invisibile al banchetto e tutto sarebbe pieno sul serio. Eppure nulla del genere c’è. Non c’è alcun pieno o folla invisibile. Essi stanno piuttosto per un vuoto che vuole camuffarsi da pieno. Alice si perde in una tazza di Tè, fatta di vuoti e pieni assieme.

Non c’è più posto. Non c’è più lavoro. Non ci sono più risorse. Non ci sono più fondi. Non ci sono più soldi. Non ci sono né ci possono essere sicurezze, né certezze. Per molti italiani ed italiane non ci sarà un futuro, come nemmeno la possibilità di una pensione ragguardevole. Ecco lo slogan che ultimamente, in circostanze e modalità diverse, è sulla bocca di tutti. Se non c’è posto, significa che il posto manca, cioè un vuoto. Manca qualcosa quindi, ma perché manca? Paradossalmente c’è un vuoto proprio perché c’è pieno. Sembra questa la contraddizione, nata dal sogno, che intacca la realtà: una malata dialettica tra vuoto e pieno.

Innanzitutto il pieno rappresenta una paralisi: la calca che immobilizza perché schiaccia e preme da tutte le direzioni. La folla rappresenta l’affollamento che ostruisce tutte le vie. Che occupa tutti i posti. Perché non c’è più posto allora? Perché c’è pieno, perché è tutto saturo e sovraffollato. Se una società è sovraffollata, satura, piena, è questo il motivo per il quale essa non offre più posto.  Una mancanza è creata da una sovrabbondanza.

Ma vi è un altro slogan che impazza e che rappresenta il sentimento e la mentalità comune dilaganti. L’Italia ha una grande storia alle spalle. Ha una grande cultura. Ha grandi tradizioni. Ha molto da offrire al mondo. Viene invidiata da tutti gli altri paesi per la cucina, per la moda, per le auto, per l’arte e via dicendo. L’Italia ha una grande ricchezza storica, culturale, artistica, umana. In Italia si può dire che ci sia tanto e troppo. Paradossalmente che ci sia tanto e troppo, cioè uno riempimento, un pieno, crea però un vuoto: una mancanza di posto. Quel che si sostiene qui è che esiste quindi una dialettica malata tra vuoto e pieno, che è ben rappresentata dalla scena del banchetto del Tè. Il vuoto sta per il pieno. Il pieno è creato dal vuoto. Ed il vuoto crea il pieno. Le ragioni di queste difficili tensioni sono molte e qui si tenterà di darne una sommaria esposizione:

1) C’è pieno perché manca qualcosa, perché c’è un vuoto. Quale vuoto? Quel che si sostiene è che sia la troppa ricchezza, il troppo, cioè il pieno stesso a costituire il vuoto ed a costituirsi nel vuoto. La troppa ed esosa ricchezza paralizza, rende pigri, produce assuefazione: accontentarsi e vivere di rendita è il suo motto. Se si ha già tanto e troppo non si ha bisogno di altro e non si lotterà più per averlo. Laddove il pieno diventa quindi una rendita sulla quale campare, cioè laddove esso è accumulo, “pensione” garantita, esso acquieta e fornisce quella sicurezza che mette “l’anima in pace”. Vivere di rendita è però un privilegio che lentamente viene consumato, cioè svuotato. Privilegio posseduto da pochi, coloro che hanno mangiato e consumato e che alla fine dicono con aria di innocenza: non c’è più niente, è finito tutto. Ciò che è stato accumulato viene lentamente dissipato ed il pieno che c’era si trasforma nel vuoto presente. E diventa vuoto poiché la rendita, l’accumulo non è stato reinvestito, reinterpretato, ripensato, riprodotto, ma soltanto divorato con voracità. Mancanza di previsione e di capacità quindi, coniugata a voracità ed egoismo.

2) Tutto ciò sembra prodotto da un approccio strettamente mondano e materialista, laddove il valore imperante riposa soltanto sulla riuscita personale, sull’accumulo, sulla ricchezza, sulla “roba”, sul consumo. Accumulare per consumare. Consumare per consumare. Avere tanto, cioè un pieno, eppure mancare di interesse nei confronti di tutto il resto. Accumulare solo per sé. Questo pensiero si mostra nel suo marcato egoismo come rivolto al solo presente ed in tal senso risulta irresponsabile di fronte al futuro.

3) Questo finto pieno, questa cattiva ricchezza, questo sentirsi sicuri, questo accontentarsi si costituisce nel pensiero che si è già arrivati ed in tal senso qui si sostiene che uccide. Uccide perché se si è già arrivati non si ha più bisogno di fare, di cercare, di produrre, di progredire: di correre. Se la vita è invece una corsa, un percorso, un continuo darsi e divenire, allora chi si sente già arrivato frena e ferma questa corsa. Ma la ferma quando essa è in realtà ancora in corsa. Essere arrivati quando si è ancora in corsa: ecco il paradosso malato. All’estremo essere arrivati prima ancora di essere partiti. Noi tutt’oggi viviamo però. Questa realtà e società continua, va avanti. Che senso avrebbe pensare di essere già arrivati, se non una prematura morte, un prematuro annientamento e svuotamento? Questa è perciò un’etica dell’immobilismo, della distruzione personale e del mal impiego delle risorse.

4) Aristotele nella Politica asserisce che l’eccessiva ricchezza è dannosa: crea persone arroganti, smaniose di potere, che non si vogliono far comandare, che si sentono al di sopra delle parti e delle leggi. Al contrario, l’eccessiva povertà, crea persone che per il bisogno si fanno sottomettere e subiscono ogni sorta di soprusi. I due aspetti si controbilanciano. Una classe dirigente caratterizzata da troppa ricchezza e dalla ricerca smaniosa di questa, una classe dirigente quindi corrotta, desidera un popolo povero che si faccia sottomettere facilmente e lo desidera per mantenere il suo potere e la sua ricchezza. Una comunità di uomini e donne liberi si allontana da entrambi gli eccessi per essere tale. Ecco perché Aristotele ripiega sulla medietà o giusta misura: il troppo crea disequilibri e risulta per questo dannoso a tutte le parti in gioco.[1] «I più grandi mali si commettono in vista dell’eccesso».[2]

5) Solone, grande riformatore greco, asseriva: «infatti la sazietà genera prepotenza, quando grande ricchezza segue gli uomini che non hanno abbastanza senno».[3] Sentirsi sazi è un altro modo per declinare il cattivo concetto di pieno. Ma questa sazietà, quando è coniugata con una mancanza di senno, cioè di intelligenza e ragione, porta alla prepotenza. I ricchi che vogliono ancora di più, i ricchi che desiderano l’accumulo infinito e che non ragionano sui reali modi che avrebbero per impiegare adeguatamente le proprie risorse, diventano prepotenti e tentano di sfruttare chiunque. La mancanza di capacità amministrativa, di intelligenza nell’adoperare ed investire le ricchezze, porta quindi alla violenza ed allo sfruttamento.

Essere ricchi di soldi, risorse, storia (la condizione di falsa pienezza in cui concretamente giace l’Italia oggi), ma poveri di idee e capacità per adoperare queste risorse (la condizione di mancanza e di incapacità che caratterizza la gestione delle risorse in Italia oggi). Questa è l’idea fondamentale che qui si vuole trasmettere e che rappresenta la sintesi concreta degli aspetti contraddittori sopra enunciati. Una falsa ricchezza associata ad una reale povertà, falsa ricchezza che, al di là del bene e del male, nasconde e copre la realtà carente dalla quale nasce. Da questo connubio malato nasce la paralisi che l’Italia vive, sintetizzata nella frase: non c’è più posto. In Italia manca una giusta misura, un equilibrio tra le parti. L’eccesso non è dato soltanto dall’eredità culturale e storica che noi viviamo (cui segue l’attuale difetto di posti), ma anche dall’eccesso dei toni politici cui segue un difetto di tolleranza e collaborazione. Dall’eccesso di ingerenza di una posticcia mentalità religiosa e bigotta cui segue un difetto di indipendenza, libertà e ancora tolleranza.

Dall’eccesso di parole ed immagini (mediatiche o quel che siano), dall’eccesso di informazione cui segue un difetto di comprensione e comunicazione: un caos di informazione che diventa ingestibile e che fa perdere il nucleo, l’essenza di tale comunicazione. Dall’eccesso di indifferenza ed egoismo e chiusura che gli italiani e le italiane vivono. Dall’eccesso di vita mondana dedita al solo sperpero, al solo divertimento e godimento immediato.

Così questo eccesso contraddittorio, che contraddittoriamente implica un vuoto (che a sua volta si fonda su un pieno, che a sua volta si radicalizza in un vuoto e così via), si dimostra simile all’incubo di Alice, caratterizzato dal troppo sognare e desiderare che alla fine intacca la stessa realtà. Così nasce ogni paese delle meraviglie: fuggendo dalla realtà verso il sogno, per ritornare successivamente alla stessa realtà portandosi dietro strascichi di illusioni.

[FINE PRIMA PARTE]

[1]    Aristotele, Politica, IV, 11.

[2]    Aristotele, Politica, II, 7.

[3]    Aristotele, La costituzione degli ateniesi, XII, 2.

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