Distopia e apocalisse del sé: “Scorrete Lacrime, disse il poliziotto” di Philip K. Dick

Philip K. Dick

Philip K. Dick

Di ELISA EMILIANI

Prendendo in considerazione semioticamente un testo come Scorrete lacrime, disse il poliziotto di Philip K. Dick, risulta impossibile non imbattersi in alcuni grandi nodi problematici e affrontarli in senso critico. Nel suo compito d’analisi, l’indagine semiotica s’intreccia alla filosofia costituendo una sintesi di discipline che risulta essere un efficace meccanismo di esame, ma anche fornendo le basi per un processo di critica. In questo modo, essa fa sì che l’interpretazione filosofica si ancori al qui e ora della situazione considerata: nel caso del testo che andiamo a vedere, la perdita d’identità e il tentativo di recuperarla.

È interessante notare come la scienza dell’interpretazione dei testi nasca in un contesto storico in cui le forme della filosofia tradizionale, indebolite, lasciano spazio a un nuovo tipo di approccio alle grandi problematiche metafisiche e morali trattate dai filosofi nel corso dei millenni. Si tratta di un approccio narrativo, tale per cui la narrativa in generale (e la fantascienza di Philip Dick in questo contesto specifico) si possono riconoscere come veicoli per determinati contenuti filosofici.

Nel quadro dell’industria culturale novecentesca, Philip Dick riesce a sfruttare un genere letterario di nicchia come la fantascienza per proporre scenari distopici, apocalittici, sempre estremamente critici nei confronti della società. In un contesto storico e culturale in cui la filosofia, che dovrebbe farsi carico della responsabilità della critica e costituire l’avanguardia della rivolta culturale, si disinteressa invece dell’ambito sociale, laddove storicamente le teorie proposte dalla Scuola di Francoforte non hanno seguito in ambito accademico, è nella narrativa che si colloca il germe della critica sociale. Philip Dick raccoglie la sfida del suo tempo mettendo in scena mondi che cadono a pezzi, certezze che crollano o svaniscono nel nulla, personaggi inermi di fronte al mondo eppure capaci, in qualche modo, di salvarsi appellandosi proprio alla loro fragile umanità.

La trama di Scorrete lacrime è abbastanza lineare: il protagonista (Jason Taverner), famoso conduttore televisivo, improvvisamente perde la sua identità. Nessuno lo conosce: non il suo agente, non la sua amante, non le persone comuni. Inizia allora un percorso irto di ostacoli, tra la necessità di sfuggire ai posti di blocco (che non può superare senza documenti, rischiando di finire nei campi di lavoro assieme a studenti e dissidenti); di sopravvivere a Kathy che sotto ricatto, tentando di salvare il suo uomo, denuncia i fuggitivi che le si avvicinano; di tenere sotto controllo Alys, che ha il potere di sovvertire l’intera realtà. Jason Taverner riesce, infine, a riacquistare la propria identità durante l’incontro con Mary Anne, una ragazza semplice che lavora la ceramica.

Nei romanzi di Philip Dick emergono con forza alcuni dei temi propri della filosofia in genere. Il problema fondamentale di Scorrete lacrime è gnoseologico, infatti le domande fondamentali su cui si riflette sono: che cos’è reale? Esiste qualcosa che sia davvero reale? Questo tema si svolge parallelamente agli interrogativi circa la natura umana: che cos’è umano? Che cosa può conoscere l’uomo? L’uomo ha il potere di controllare la situazione in cui è gettato?

La filosofia di Philip Dick può sembrare ingenua. Andando però oltre una patina superficiale, scavando fino a raggiungere le fondamenta del racconto, si trova un’istanza di rivoluzione dell’evidenza, o per meglio dire, di ciò che appare evidente. Dick costruisce un mondo possibile e lo pone come reale, procedendo poi a una distruzione sistematica di ogni certezza, mettendo cioè  il lettore in una situazione priva di qualunque appiglio razionale.

Porre in discussione ogni certezza apparente, interrogarsi sulla natura stessa della realtà e dell’umanità sono attitudini indispensabili alla formazione di un approccio critico e filosofico alla realtà. Attraverso le azioni dei protagonisti, Dick stimola nel lettore domande esistenziali, metafisiche, morali; mette in evidenza i paradossi propri della natura umana descritta nella sua più concreta esistenza, paradossi che vanno a toccare la più intima essenza di un’umanità tragicamente impotente. I personaggi prendono decisioni e agiscono, ma qualunque cosa facciano si trovano di fronte all’insormontabile ostacolo di un fato avverso che seguendo percorsi tortuosi li spinge in un crescendo di incertezza che scava sempre più in profondità, fino a eliminare le più scontate sicurezze (Sono vivo? Non lo sono? Io esisto, in qualche luogo o qualche tempo? Esiste qualcosa oltre me?). 

L’opposizione tra oggettività e soggettività

Uno tra i più utili strumenti semiotici (teorizzato da Greimas) è il Percorso generativo di senso, che suddivide il testo in quattro livelli (dal Livello Profondo delle opposizioni valoriali al Livello di Manifestazione costituito dal testo finito). Grazie a questo strumento si può constatare come in Philip Dick siano presenti molte possibili interpretazioni sul piano profondo delle opposizioni valoriali.

Scorrete lacrime si focalizza sull’opposizione tra regime repressivo e anarchia, tra la rigidità delle regole e la duttilità del trasgredire. Si può interpretarlo come allegoria della soggettività che sprofonda sempre più in una spirale di caos e indeterminazione. È giusto anche considerarlo come apologia della condivisione e della simpatia in contrasto con il chiuso individualismo. Tutte queste chiavi di lettura, però, possono essere ricondotte alla dinamica soggettivo–oggettivo, che si riscontra in Scorrete lacrime come in molti altri libri di Dick, andando a formare un insieme omogeneo, e non discordante, di istanze critiche. 

Queste differenti interpretazioni, dunque, possono essere ricondotte alla dinamica metafisico–gnoseologica riguardante la doppia polarità soggettivo–oggettivo. C’è un continuo scontro tra queste due istanze profonde: l’oggettività statica e rigida delle regole e la soggettività come onnipresente pericolo di un vortice degenerativo e distruttore. Il punto d’incontro nel quale si stabilisce un equilibrio è costituito, per esempio, dal lavoro quieto fatto con le mani di Mary Anne (che lavora la ceramica e incontra Jason quasi alla conclusione del romanzo) o in un rapporto umano in cui si esce dal proprio vortice soggettivo per andare incontro all’altro senza irrigidirsi in una struttura oggettiva e statica, come accade a Buckman (il poliziotto che si occupa del caso di Jason Taverner) nel momento in cui incontra un estraneo in una stazione di servizio e lo abbraccia.

Soggettivo e oggettivo sono quindi due principi opposti ed estremi quasi sempre negativi, che si riconciliano in alcuni elementi salvifici: il mite lavoro manuale, la spontanea e naturale simpatia tra esseri umani, l’amore e il senso di protezione nei confronti dei figli.

Esiste di conseguenza una forte continuità tra le due istanze filosofiche preponderanti nel testo, metafisica e morale: quest’ultima in particolare si inserisce nella dinamica soggettivo–oggettivo seguendola passo passo. Ciò si nota dapprima in Kathy: la disgregazione soggettiva del reale (presente in Kathy che è psicotica e quasi completamente slegata dalla realtà) va di pari passo con la perdita di moralità, della capacità di distinguere giusto e sbagliato, che sono due principi fortemente connessi agli eventi, al vissuto. Il personaggio di Kathy e la sua disgregazione soggettiva anticipano il delirio assoluto di Alys. Anche Kathy, del resto, contagia altri individui nel suo delirio soggettivo, influenzando la loro vita in modo drastico. Alys si spingerà più oltre, arrivando a modificare l’intera realtà in concomitanza con una totale assenza di valori e di regole. Entrambe saranno punite dal mondo o dal destino, una finendo rinchiusa in un manicomio, l’altra morendo a causa della droga che le ha consentito di sovvertire l’ordine naturale delle cose (sempre ammesso che nell’immaginario del romanzo dickiano un simile ordine esista).

Reale e percepito

Un tema che emerge con prepotenza in Scorrete lacrime è quello della stretta correlazione tra ciò che è soggettivamente percepito e ciò che realmente è. Le domande che sorgono nella mente del lettore sono: reale e percepito coincidono? Fino a che punto la soggettività è costitutiva del mondo reale? Si può davvero parlare di un mondo reale? In altre parole: quella tra soggettivo e oggettivo è una distinzione possibile? Esiste qualcosa di realmente oggettivo?

Gli interrogativi fondamentali di Dick sono due: Che cos’è la realtà e Che cos’è l’uomo. Sono domande legate strettamente tra di loro e alla dinamica soggettivo–oggettivo. Dick parte dal presupposto che ogni essere umano viva in una propria realtà, data dalle proprie percezioni. In questo senso il mondo di uno schizofrenico non è meno reale del mondo di una persona considerata sana di mente, l’unico problema si ravvisa nell’incapacità di comunicare. Se uno schizofrenico potesse mostrarci chiaramente il modo in cui vede il mondo sarebbe possibile che riuscisse a convincerci di avere ragione. Quindi abbiamo da una parte una pluralità di mondi tutti ugualmente reali, dall’altra una pluralità di soggetti che creano o interpretano questi mondi.

Ogni uomo dunque vive in un mondo chiuso. Dov’è allora la possibilità d’interazione tra individui? Senza di essa questa ipotesi si risolverebbe in un solipsismo senza via d’uscita. Possiamo presumere che esista una sorta di substrato comune, che ognuno interpreta in maniera differente ma che garantisce comunque la possibilità di comunicare, seppur in modo limitato? Sarebbe ragionevole rispondere di sì, Dick però sgretola questo substrato. In Scorrete lacrime ciò che era reale cessa di esistere in favore di una dimensione alternativa, che si sgretola a sua volta per tornare alla realtà di partenza laddove il protagonista inizia ad avere seri dubbi che il reale sia davvero reale. Se invece fossa tutta un’allucinazione dovuta alla droga? Se la realtà fosse sempre stata completamente diversa da come credeva? In questo succedersi arbitrario di mondi crolla ogni certezza riguardo l’oggettività.

Un’altra considerazione da fare è che ad avere importanza non siano tanto le modalità e la tempistica di sfasamento spazio–temporale, quanto la sua possibilità. Perché uno sconvolgimento simile è possibile? Forse perché ogni singola mente crea un universo solipsistico all’interno del quale vivere, producendo una complessa rete di mondi che si incrociano senza mai veramente toccarsi. Quando una di queste menti utilizza un catalizzatore (come una droga, nel caso di Scorrete lacrime) diventa capace di trascinare con sé tutte le altre nel proprio mondo chiuso. All’interno di questo mondo, poi, ogni singola mente tornerà a elaborare un proprio mondo chiuso e così via. Si entra in un circolo vizioso senza fine, che non lascia più nemmeno intravedere una presunta dimensione oggettiva. Caos e indeterminazione, perenne impossibilità di comprendere cosa sia reale e cosa no: l’elemento costante è l’impossibilità di comprendere, di districarsi nella rete di mondi possibili, tutti ugualmente reali e nessuno reale, per trovare una soluzione metafisica definitiva.

Data questa impossibilità, la soluzione sta nel concentrarsi su altro: l’arte, l’amore, la condivisione. In questo senso si avverte la suggestione di Kant, non quello da cui Dick prende spunto per costruire un insieme di mondi solipsistici, ma il Kant che considera insolubili i problemi metafisici e che ritiene che la cosa in sé possa essere colta solamente attraverso la pratica (la morale), nelle azioni che mirano a legarsi a una legge ideale e interiore ma allo stesso tempo universale.

Anche in Dick il superamento degli incubi solipsistici non risiede in una dimostrazione razionale ma dipende da scelte semplici e quotidiane: schiettezza o tradimento, disinteresse per il prossimo o assunzione di responsabilità. Philip Dick sembra mostrare che lo scontro valoriale e metafisico si può risolvere sul piano del recupero di una relazione concreta con gli esseri umani da una parte e con le cose (da costruire, da plasmare) dall’altra.

Traspare nei suoi romanzi l’idea che l’equilibrio metafisico-ontologico esistesse un tempo nelle società umane, ma che sia ormai perduto a causa dei meccanismi del capitalismo e delle strutture politiche tecnocratiche e burocratizzate. Questo equilibrio può essere recuperato solo con fatica e senza alcuna garanzia di durevolezza attraverso la manualità e il lavoro, nell’assunzione di responsabilità concreta per le proprie azioni, nel rifiuto, insomma, di usare un essere umano come semplice mezzo.

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8 thoughts on “Distopia e apocalisse del sé: “Scorrete Lacrime, disse il poliziotto” di Philip K. Dick

  1. Non darò giudizi o farò appunti, perchè non ne ho gli strumenti nè la presunzione. Mi limito a dire che il tuo pezzo mi ha gradevolmente solleticato e incuriosito. Amo Philip Dick, e la tua lucida analisi, scritta, secondo il mio punto di vista personale, in maniera molto gradevole, mi ha donato cinque minuti di pura piacevolezza. Complimenti!

    • Mille grazie! E’ sempre un piacere per me parlare/scrivere di Philip Dick :) Se non hai letto il romanzo te lo consiglio, a mio parere è un pezzo importante della produzione dell’autore.
      Elisa Emiliani

  2. Pingback: Distopia e apocalisse del sé: “Scorrete Lacrime, disse il poliziotto” di Philip K. Dick « philomela997

  3. Un articolo su Philip Dick è sempre ben accetto in questa realtà sempre più frazionata e surreale. Tra l’altro un maestro della fantascienza con una profonda propensione alla filosofia. Mi si permetta una considerazione però. “Scorrete lacrime, disse il poliziotto” non è un gran ché come romanzo. Gli escamotage narrativi sono i soliti: droghe a gogò e distorsione della realtà… Sarà che dopo la lettura dei massimi romanzi di Dick, e mi riferisco soprattutto a “Le tre stimmate di Palmer Eldritch” ed “Ubik”, entri con prepotenza nel mondo di Dick e rischi di pretendere dall’autore sempre di più. I temi della percezione, dei piani di realtà, del controllo da parte di altre entità sono infatti costanti in tutta la sua opera ed alla lunga si ripetono forse un pò noiosamente. Il finale a sorpresa, dove tutto cambia e si svela il segreto, è certo una delle sue maggiori trovate, ma non sempre funziona o è ben orchestrato. Alla lettura di “Scorrete lacrime” ho come avuto questa impressione. Ovviamente, nulla da togliere a quello che reputo uno dei più grandi e visionari autori di fantascienza. Ma una piccola critica impura forse non guasta. Cari saluti dall’iperspazio.

    • Le critiche non guastano (né bastano) mai!
      “Scorrete lacrime” è il primo romanzo di Dick che ho letto, forse anche per questo il mio giudizio sulla sua importanza e originalità è molto alto. Più che per i temi classici di Dick, come la percezione e i piani di realtà (che si rifanno a una concezione un po’ ingenua della filosofia), credo che “Scorrete lacrime” sia notevole per la soluzione alle dinamiche soggettivo-oggettivo.
      Ovvero: a mio avviso l’importanza filosofica di questo testo non è costituita tanto dall’idea che ogni essere umano viva in un proprio mondo chiuso, quanto piuttosto la possibilità che da questi mondi chiusi si possa uscire non con un complesso ragionamento filosofico ma nella pratica. Nelle piccole azioni che giorno dopo giorno s’impongono al reale dandogli concretezza. :)

  4. Sono passato molti anni dalla mia prima lettura di “Flow my tears, the policeman said” e ricordo che sull’adolescente che ero aveva avuto un effetto devastante. Non lo vedo come un opera narrativamente minore. Per quanto “Le tre stimate di Palmer Eldicht” gli sia stilisticamente superiore, questo io lo vedo molto collegato (e lo è anche cronologicamente) con “A Scanner Darkly”, che a mio parere è il suo testamento spirituale. E’ proprio nel richiamo ininterrotto tra queste due opere che leggo la cifra di questo periodo della vita di Dick, dove effettivamente le droghe sono dominanti, in ogni senso. Ne uscirà solo nella religione, e nella sua Esegesi. L’opera che segue difatti è proprio “Valis”, che inaugura il periodo conclusivo della sua opera, completamente legato alla suo stato “mistico”.

    • Se tutti smettono di credere nel valore delle azioni di un’azienda questo crolla, eppure è “reale” (e il denaro stesso?).

      Riguardo le proprie percezioni soggettive spesso non è dato scegliere: non sono io a decidere se il gusto di un cibo mi piace o meno, se vedo il rosso e il verde come rosso e verde o viceversa.

      Dick esaspera narrativamente il concetto per cui ognuno filtra la realtà attraverso le proprie percezioni, il proprio corpo e la propria mente.

      “La realtà è quella cosa che quando smetti di crederci non svanisce.” Questa asserzione è _forse_ corretta se per “realtà” intendiamo un tavolo o un sasso, un corpo fisico (ma anche qui, esistono delle malattie che sballano completamente la percezione della realtà, esiste un saggio dal titolo “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”).

      Considerando il concetto di realtà è impossibile prescindere dalla relazione biunivoca che esiste tra il soggetto e l’oggetto. Tra il verde dell’albero e l’uomo che lo guarda. Ma qui si esce dal mio campo per entrare in quello estremamente complesso della fenomenologia e mi fermo prima di dire castronerie!!

      Grazie per la critica molto interessante :D

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