Il labirinto cittadino come mitologema della noia: “Se fossi fuoco arderei Firenze” di Vanni Santoni

Vanni Santoni, Se fossi fuoco arderei Firenze, Laterza 2011

Vanni Santoni, Se fossi fuoco arderei Firenze, Laterza 2011

Di SONIA CAPOROSSI

«Che poi, artisti o no, ci si può davvero costruire un’esistenza indipendente, qui, senza doversi allacciare a un sistema di supporto vitale fatto di parentele, conoscenze, amicizie, relazioni per niente dinamiche? E nelle altre città d’Europa, sarà davvero diverso? O farei la stessa fine, con le stesse scarse opportunità, lo stesso pugno di magre certezze, lo stesso lavoro, l’unica differenza il pranzo – al posto del lampredotto il sushi, o alle brutte un falafel»

Vanni Santoni 

Ho letto alcuni commentatori dubitare della sua natura romanzesca ortodossa. Eppure l’opus laterziano di Vanni Santoni Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza, Settembre 2011) appare essere, nel complesso, come un vero e proprio romanzo corale di tipo verghiano – odissiaco, dotato peraltro di una certa classicità nella struttura: non diviso in capitoli, bensì in tre grandi sezioni che evocano lo sfrigolio della combustione materiale (“Scintille”, “Fiamme”, “Braci”), il romanzo possiede solamente, all’uopo, la variante modernista dei personaggi che ad ogni microscena susseguente si danno il testimone, in una sorta di coblas capfinidas prosastiche in cui l’ultimo personaggio incontrato nel paragrafo precedente diviene protagonista a sua volta del paragrafo seguente, finché non incontri un altro coprotagonista ostensivo che lo sostituisca nel ruolo principale. Ergo, è certamente un romanzo. Appurato questo, andiamo ad analizzarne la sostanza.

La trama non è narrabile, a rischio di farne un esercizio riassuntivo più lungo del corpus stesso del testo. Basti sapere che una serie di personaggi di chiara ascendenza tondelliana si avvicendano girando in tondo senza meta all’interno e poco fuori le mura di Firenze, vero centro tematico e punto focale dell’intero impianto narrativo, denunciando, con le loro stesse esistenze, l’immobilità formicolante della commedia umana postmoderna di cui i giovani d’oggi sono contemporaneamente angiolieriane vittime e carnefici.

Gli ingredienti umani, troppo umani ci sono tutti: la storia – non – storia comincia con il classico studente universitario che arriva in città, bagagli alla mano, per restare; prosegue con la turista americana che gli regala una provvida fellatio di benvenuto, la quale a sua volta incontra ad una porta d’ingresso l’aspirante giornalista omosessuale certo (mi si perdoni il chiasmo), frequentatore del Viesseux, che vuole scrivere un articolo “o almeno un post” “sulle tribù giovanili della città” e così facendo, si scontra con dei “gambrini”, ovvero i frequentatori di tal locale caratteristico dello struscio cittadino “bene” (e dirne che con questo nome ne esistono anche a Glasgow!), di cui uno andrà a rinfoltire le depressive schiere della scalcinata redazione di una rivista letteraria in ciclostile, “maniaco” (così intitolata, in minuscolo), infelice accozzaglia di arrabattati (a loro volta) aspiranti scrittori, che  intrattengono relazioni di cordiale conoscenza con dj e organizzatori di eventi intristiti dalla routine, i quali frequentano ragazze smunte che accettano di farsi scopare in casa senza mai uscire se non con le coinquiline, per andare dove, poi? A “piazza del Carmine, che appare piatta, liminale, come se oltre essa finisse Firenze, ci fosse l’abisso, il nulla, il non – essere”.

Il nichilismo esistenzialista di fondo, camuffato d’ironia ma emergente all’evidenza come in una specie di frottage sbarazzino, percorre in questo senso l’intero libro, affastellando apparentemente alla rinfusa (in realtà perseguendo un incastro narrativo predeterminato) pallide figure dalla condizione vitale precaria, financo punkabbestia e frequentatori di neobalere, rave, illegali e toretta style, che sono poi coloro con l’esangue carrellata dei quali termina la prima sezione, quella delle “scintille”, quando uno di loro si ritrova coacte imbucato in una festa tristissima in cui nessuno beve né fuma haschisch, e l’unico eventum di un certo solluchero è il rovistio nelle borse a scopo furto da parte di ignoti.

Queste, appunto, le scintille. Quanto alle fiamme, è presto detto. I primi fuochi cominciano con un dialogo fra due degli avventori della festa, l’uno aspirante (aridaje!) fotografo, l’altra aspirante artista disegnatrice (in realtà il primo per campare fa il cameriere, la seconda studia). Stanno insieme, i due, ma in un tipico rapporto logoro e stantio, in cui lei pensa che a lui vadano a genio tutte le sue fintalternative frequentazioni, mentre al contrario, alla prima occasione utile, lui sbotta facendola piangere: “no: non mi fanno schifo i ravettari col cappellazzo o senza, non odio, ti dirò, i fighetti né i tamarri o i metallari, le punkabbestia, i fascisti o le scroccone, i fissati di questo o di quello, i mostri, i ciellini o i gambrini; non odio gli scalmanati aoh annamo famo, le fiche fredde o le zozzone: odio quelle come te, con la vostra bohème che non esiste, le vostre frangette, il vino – che poi, sapete una sega voi del vino – i negozi vintage non fumo perché sono già fuori di mio adoro il liberty il surrealismo la troia di tu ma’ amore e psiche Wes Anderson Lars von Trier puttana miseria vi sgozzerei vi spaccherei la testa con un candelabro vi farei sfilare verso la forca con un cartello al collo e mi ci trovo, invece, in mezzo” (p. 57 – 58).

Così, candidamente, il primo angiolieriano di turno della seconda sezione, il primo young angry man di una lunga genia un po’ ripetitiva, a dire il vero, enuncia di non odiare altri che se stesso. La ragazza reagisce guardando, il giorno dopo, “nove puntate di Gossip Girl una dietro l’altra senza uscire dal letto” e tentando poi di gettare giù uno scarabocchio qualsiasi che proprio non gli viene. Ma al peggio della nullità femminile non c’è fine: lo starnazzo inferius, in forma di monologo interiore, lo emette “una faccia di donna piena di boria, sotto un caschetto anni ’20:” [segue il nome], “la più odiata, presuntuosa, supponente, autocelebrante figura della minuscola scena delle arti figurative fiorentine (e qualche anno prima della scena teatrale, e qualche anno prima ancora della scena musicale, e prima ancora di quella delle liceali – esperte – di – cinema)” (p. 59 – 60). Che pertanto, merita l’affronto successivo per il quale rimarrà famosa come “quella che si è beccata una tazza in testa. E prima chi ero, considera mentre lascia notturna il cortile di Santa Maria Nuova. Nessuno. Eppure il talento ce l’avevo” (p. 63). Eppure, eppure…

Inutile proseguire nell’elencatio ferina da bestiario medievale. La trama ruota tutta intorno a quest’avvicendarsi indefesso e volontario di figure prive di spessore e di interesse, fra monologo interiore ed erlebte rede; una sfilata in bello stile di Nessuno per un’odissea senza identità, un sovraffollamento sintagmatico di figure, di maschere, di personae delle quali è indifferente persino citare il nome, perché credono soltanto di poter bruciare il mondo, non foss’altro che la città atavicamente matrigna di cui sono schiave, ma in realtà non saprebbero utilizzare nemmanco un metaforico acciarino.

Questo è un libro scritto in modo ottimo per narrare l’autopercezione d’inutilità di una generazione che vive in modo pessimo. E che l’autore sappia il fatto suo quanto a tecnica e stilistica lo denunciano pagine fra il manganelliano e il gaddiano: fulminanti, ad esempio, certe descrizioni, come i biscotti di p. 41, “dei mezzi stronzi neri come la pece, simili a perdite di bitume ma di consistenza silicica, dal vago odore di cacao”. Ma la scuola di Gadda si rivela palese nel riferimento all’importanza degli alluci nell’arte figurativa di p. 63 (si legga l’omologo, magistrale excursus neobarocco in Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana) oppure nelle quattro pagine dedicate alla fenomenologia del lampredotto, in cui una giovane avvocatessa dall’infoiatezza carnivora scambia il sesso col cibo e il lampredotto con il fallo e viceversa, in quel tentativo scopertamente freudiano di rimozione dell’horror vacui della propria esistenza borghese ed insoddisfatta, non foss’altro che con l’ingozzo e col rigurgito di stomaco, un po’ come nel Ferreri di La grande abbuffata.

La carrellata potrebbe proseguire, fra pittori falliti e tossicomani che campano di mutuo parassitaggio con i propri insensibili spacciatori magrebini, fra poliziotti rincretiniti che sembrano usciti da un film con Luc Merenda dagli improbabili scambi dialogici, solo poco poco ripuliti, ma che sarebbero tanto piaciuti al  produttore Galliano Juso, e giovani viveur rampanti detentori di presunte teorie dell’abbordaggio, per approdare finalmente alla chiusura del cerchio con la reiterazione circolare dei personaggi della prima sezione. Ed ecco allora, nelle “braci”, lo scrittore fallito del ciclostile “maniaco”, tornato dal suo inutile ed avvizzente viaggio in Messico, che non gli è servito a raccogliere  suggestioni a sufficienza per poter scrivere un romanzo in perpetua fase di progettazione, anzi, semplicemente, come la disegnatrice della sezione precedente, diciamocela tutta, non ne è punto capace; ed allora si perde a pensare al suo vecchio amore adolescente che ora è cresciuto, che ora non è più; una stronza che lo usa e poi lo getta via, altro esemplare di crassa nullafacente ancora lì dal laurearsi, una a cui alla fine, concedendole l’appartamento di sopra, i genitori facoltosi non hanno fatto altro che “allargare la cameretta”. E allora, giù di nuovo, feste senza scopo a Villa Strozzi, e facce, e fantasmi, e pulvis et umbra, e pensierini e sentenze sentenziose: a costei, per l’appunto, bisogna imputare la battuta che dà il titolo al libro: “se fossi fuoco, arderei Firenze”.

Che poi, bruciare, chi è composto di brace semispenta, proprio non può. E allora si limita a vivacchiare e a stare lì, nel dormiveglia, in un poco lusinghiero chant de la mi – mort che di Savinio non ha nulla, oppure a strafare in un reduplicato tirare la corda verso il limite, come i due fratelli fuori dal tunnel del divertimento ma persi nel tunnel dell’alcool e dell’eccesso che si ostinano a percorrere a 240 all’ora tutta Firenze e provincia per un locale notturno in cui trovare requie.

E poi ancora incontriamo l’alternativo che finge di conoscere un passato underground fiorentino, tutto di centri sociali e concerti epocali, che per anagrafe non può assolutamente aver vissuto, e dopo l’ennesima comparsata dei personaggi gravitanti attorno a “maniaco”, eccola, è lei: la “regista fiorentina dell’anno”, che regista dell’anno non è mai stata e probabilmente non sarà mai. La vediamo tornare a Firenze dopo un lungo periodo di lontananza allo stesso modo in cui il primo personaggio rimasto senza nome dell’incipit a Firenze ci era venuto, per chiudere geometricamente il cerchio narratologico in una struttura d’armonia compiuta. E ciononostante, quanto diversa e riflessiva appare lei, l’artista della visione che solo lontano da Firenze s’è data un nome, un’identità, un futuro; e allora si può permettere di aiutare il padre facoltoso della nullafacente di prima, lui sì, scrittore (perché la vecchia generazione combina qualcosa!) ma poco esperto di pellicole, a fotografare le porte della città per un libro di curiosità archeologiche e turistiche, che sarà dato alle stampe, s’intuisce, già patinato e stanco, come qualcosa di mortuario, staccato dal contesto di vitale crudescenza che invece anima quella folla di zombie che l’autore ha appena terminato di mettere in scena, detentori, come paiono, dell’angusta presunzione di vivere e di una patente pirandelliana per la più completa stasi.

E’ un libro triste, quello di Santoni; un libro che, pur nell’evidente intenzione sarcastica che anima le sue pagine (e non credo neanche siano quelle le migliori) non riesce a sembrare spensierato e divertente se non in superficie, se non ad un lettore poco attento, magari appartenente alla citata categoria della “bohème che non esiste”, a la mode; quei lettori, insomma, a cui ormai il mercato letterario offre il proprio saturato parco scelte e che l’autore stesso, probabilmente, ha in odio.

Al contrario, questo è un libro feroce, che denuncia heideggerianamente il nulla lì dove c’è, quello stesso nulla che non riesce, pena lo svilimento dell’essere in quanto tale, a riconsiderarsi come un quid generativo altro, come uno stimolo al darsi il proprio daffare. L’umanità monotonamente ed ossessivamente variegata che la narrazione ci offre, offesa com’è dalla propria umiliazione, umiliata com’è dalla propria auto – offesa, non può essere altro che la peggio gioventù; una gioventù antagonista a perdere, in questo senso, che non possiede una dorsalità idealistica corroborante. E’ ancora la gioventù anni Ottanta del “non studio non lavoro non guardo la TV non vado al cinema non faccio sport” che Giovanni Lindo Ferretti con i suoi CCCP denunciava nel brano “Io sto bene io sto male”; solamente, in Santoni, essa è invertita di segno. Questi giovani, infatti, studiano lavorano guardano la TV vanno al cinema fanno sport, anzi, di più: disegnano scrivono dipingono fotografano filmano suonano ballano… E tuttavia, alla fin fine, è come se non facessero niente; ma che dico, niente? Assolutamente niente. Tranne girare in tondo la danza della morte, morte come vitalismo caotico, morte come assenza di scopo e aspirazioni insoddisfatte; e Firenze appare, allora, più che come un formicaio, un enorme cimitero in cui s’agitano dei non – morti, quello sul cui alito di vento incombe la “Comare secca” di pasoliniana memoria nel capitolo relativo di “Ragazzi di vita”, solamente  applicandosi, in Santoni, ad un campionario umano ancor più musiliano, senza qualità, perché neanche la rabbia della fame proletaria può esserci qui a indurre un seppur minimo cambiamento. Ecco perché, nell’agire dei personaggi, al di là del titolo messo lì apposta a fuorviare, di fiamme non se ne vedono davvero da nessuna parte, ma solo maldestri e pretenziosi tentativi di dar fuoco alle sterpaglie. Ed ecco perché, come per la Roma di Pasolini, occorre pensarci due volte prima di scrivere che lo sfondo ambientale cittadino sia a Firenze di omaggio e non invece di denuncia e scherno, pur nell’affettività ostentata da ambedue gli autori verso il rispettivo archetipico “ventre di Parigi”.

Se io fossi fuoco arderei Firenze” appare insomma come il romanzo di un mitologema della noia che narra, nelle sue unità minime concatenate, il non essere di una combriccola svampita di incauti aspiranti alla vita che percorrono a zonzo le strade di un labirinto rinascimentale per novelle cavie. Se ne potrebbe trarre un film come “Paz!”, se non fosse già stato fatto, questa volta per Bologna. Ma questo è il minimo, in definitiva, perché anche altri libri del genere erano già stati scritti. Ora il bravo Vanni Santoni dovrà davvero voltare l’angolo e, con il prossimo volume, cambiare oggetto di analisi.

Mica per altro. Ut Tondelli et Pazienza requiescant in pacem.

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4 pensieri su “Il labirinto cittadino come mitologema della noia: “Se fossi fuoco arderei Firenze” di Vanni Santoni

  1. Pingback: Sonia Caporossi su Critica Impura « sarmizegetusa

  2. Acuta e profonda come al solito, e anche esigente: è come se tu avessi ripercorso la mappa del Santoni, pedinando un’altra volta i personaggi per fargli due volte le pulci – la critica come arte della riscrittura.

  3. Non si leggono facilmente recensioni così! brava!
    Continua così. Acuta, sottile,mille i riferimenti spazio-temporali. La sensazione di una critica piena di contenuti. E non parole che sfrigolano nell’aria fritta.

    Non mi capita spesso di leggere critici contemporanei che prendano di petto il mondo.
    (Di scrittori poi, ancor meno. Vabbè.)

    f.

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