La crisi del linguaggio filosofico nella seconda modernità: una riflessione dal sottosuolo.

Senza parole?

Senza parole?

di SONIA CAPOROSSI

In questa società la vita, nel migliore dei casi, è una noia sconfinata e nulla riguarda le donne: dunque, alle donne responsabili, civilmente impegnate e in cerca di emozioni sconvolgenti, non resta che rovesciare il governo, eliminare il sistema monetario, istituire l’automazione globale e distruggere il sesso maschile.

(Quella mattacchiona di Valerie Solanas,  incipit dello SCUM Manifesto, a mo’ di esempio di qualsivoglia delirio locutorio preso a suo tempo per buono)

Io credo più nelle cose che nelle parole.
(Pound, Ezra)

Chi ha orecchi per intendere, intenda!

(Cristo, Gesù)

In questa società, come la sociologia normativa ormai da quarant’anni finge di sapere  benissimo avendone in realtà solo un vago sentore (perché all’interno del problema è essa stessa immersa), la percezione della coscienza collettiva è diventata problematica al punto tale che ad essa si accompagna una crisi del segno linguistico tipica di ciò che Ulrich Beck ha chiamato, un po’ riduttivamente, seconda modernità: come dire che il linguaggio, oggi come oggi, non ha più la propria tradizionale funzione costitutiva della coscienza in quanto, giocoforza, nell’odierna civiltà dell’immagine la simultaneità ha preso il posto della successione logico-temporale sia nell’oralità che nella scrittura, ostacolando gravemente il richiamo collettivo ed individuale alla memoria e alla storia. L’antistoricismo nietzschano che tanto ha permeato le correnti filosofiche del primo e del secondo Novecento, e che può essere additato come principale responsabile di questa disfatta dell’autenticità del linguaggio proprio in virtù della modalità costruttivistica successiva, ha avuto vita facile nel corso del Novecento campando da simbionte su questo dato di fatto interconnesso, dal punto di vista economico, allo sviluppo del terziario avanzato, quello delle telecomunicazioni e della simultaneità dell’espressione scritta, orale, metaverbale e  relative modalità di ricezione: ovvero, per una volta, la filosofia degli anni Sessanta in particolare ha giocato, quanto allo sviluppo della techne, di largo anticipo.

Una conseguenza di questa astrazione in termini visivi, comunicativi e di immagine è anche il fatto che la parola in genere ha perso la sua cosalità, il suo nesso intrinseco con le cose che nomina, sempre ammesso, verrebbe da dire, che l’abbia mai posseduto: il logos greco, infatti, parola filosofica per eccellenza che significa sia verbo che Dio, indica esemplarmente questa tendenza all’astrazione linguistica tipica della cultura occidentale da sempre, gettata – nell’esperienza senza adeguata preparazione teoretica, protesa più verso le pure idee che verso la concretezza dei riferimenti alle cose. Si assiste insomma in tempi odierni ad una sorta di crisi del linguaggio che si ripercuote sulla lingua: le parole e le cose non posseggono più un legame forte, le cose possono aspirare allo statuto di (presunta) realtà solo se si trasformano in parole astratte come veicoli platonici di idee. La realtà si scinde dalle parole nel flusso mediatico di virtualità avvolgente e simultanea che caratterizza l’era ancora attuale della comunicazione di massa, quella del cui concetto Adorno e Benjamin hanno dipinto la sagoma lasciando a Lyotard l’indagine sulla condizione cosiddetta “postmoderna” del sapere.

La conseguenza è che “si” pensa un corpo scisso nell’immediato presente, “si” concepisce una percezione distorta del valore delle cose e “si” rischia in continuazione (la grammatica qui è impersonale per forza di cose) di far degenerare i comportamenti sociali in violenza, secondo la vecchia ma non stantia lezione di Durkheim, in quanto ad un corpo percepito come immagine virtuale e simulacrum, fra l’ “a-storico” e l’ “anti – storico”, non pertiene più la tribale sacralità del rispetto della vita e della persona, nella propria irriducibile individualità: l’oggetto di consumo non è, si badi bene, viepiù consumato, bensì rimesso perpetuamente in mostra, nella vetrina cristallizzante della propria diuturna dis – mostrabilità, tale che ormai, a parlare di “sacralità della persona”, viene da ridere ai più. La cosa strana è che i ridanciani followers and fanatics di questa tendenza di pensiero la considerano ineludibile ed incontrovertibile proprio perché ne è stata fatta l’analisi da coloro che essi ritengono condivisibili senz’altro per correttezza ed infallibilità ermeneutica, ma non si rendono conto che essa, la corrente di pensiero che narra la morte dell’uomo, insomma, non perché sia antistorica risulta per questo meno inquadrata nella storia e soprattutto, è essa stessa oggetto di mistificazione linguistica primaria.

Ma insomma, oggi, di morte dell’uomo si può davvero parlare, con il linguaggio filosofico a nostra disposizione, nonostante e proprio in virtù della mostra delle atrocità nei postumi del nazismo? Sembrerebbe di sì, giacché da almeno cinquant’anni, insieme al crollo dei valori e delle Istituzioni è avvenuta, quatta quatta nei generali doposbronza intellettuali di cui la nostra epoca culturale s’è imbrattata, la scissione fra segno e significato e fra significato e senso (perché è di questo che in fondo si parla) che a sua volta ha permesso, a livello filosofico e sociale, il frantumarsi e l’indebolirsi del concetto di verità, non più legata ai fondamenti storici ed antropologici, non più in contatto con l’humus comune simbolico di cui parlava Cassirer; e tuttavia (è questo il punto) la verità, in fondo, è stata vituperata e vilipesa da chi, in primis, si sente figlio primogenito delle geometrie non euclidee ma in realtà, nella propria impostura tuttologica, non comprende granché di teoria matematica, e ciononostante addita con derisione il popperiano di turno che ancora crede nell’analisi (e non intendo qui parlare di quella della psiche), senza capire che casomai è Wittgenstein, non Popper, il punto di riferimento imprescindibile in filosofia del linguaggio, ancora oggi ch’è oggi. Ma quel figlio della crisi in cuor suo sa benissimo che, proprio per questo, di verità e di certezza assolute, non si può scientemente parlare in modo pacifico da un bel pezzo, essendo piuttosto da quasi un secolo giunta l’ora non tanto della ricerca della verità, quanto della ricerca fine a stessa, sic et simpliciter.

Perciò la volatilizzazione dell’aletheia non può essere considerata il vero motivo della crisi della società del secondo Novecento, pardon, volevo dire: della sua filosofia. E allora, se la crisi non può essere identificata con la messa in discussione del concetto di verità (che anzi apre infinite e fruttuose vie di ricerca fuor di metafisica), quale è il reale punto dolente del malessere contemporaneo e (fingendo che tale parola abbia un senso) “postmoderno”?

E’ prevalso, in definitiva, un relativismo nichilista che ha immobilizzato l’azione etica proprio laddove riteneva di metterla in moto; un movimento di pensiero osannato o quantomeno giustificato dalla filosofia postnietzschana soprattutto francese della seconda metà del Novecento, ma del quale non si sa bene quale sia il terminus ante quem, se sia stato tale nichilismo come corrente culturale e sensus communis, insomma, a dare l’avvio alla “morte dell’uomo”, o se sia prima morto l’uomo (come vorrebbero tali teorici a giustificazione empirica a posteriori del proprio crasso e conclamato costruttivismo a priori) e quindi sia rimasto, solo soletto, vox dolentis in deserto, il nulla (che in quanto nulla, si badi bene, è pur sempre qualcosa). Forse è per questo che la filosofia del secondo Novecento fino ad oggi è stata anche, superbamente, splendidamente e dannatamente, la più verbosa: l’inventio linguistica ha provato a compensare la débàcle concettuale, facendo con essa tutt’uno: e la filosofia s’è fatta poiesis, e la poiesis, filosofia.

Il linguaggio infatti, in quanto strumento poietico per eccellenza, possiede come sua funzione primitiva quella, udite udite!, di nominare le cose, perché suo scopo fondante rimane quello di possederle e non farsene possedere. Nanni Moretti in Palombella Rossa coglieva ad hoc il senso di questa spersonalizzazione astratta del linguaggio, nella famosa scena dell’intervista con la giornalista che lo incalza usando termini in stretto politichese totalmente privi di senso, portando il protagonista a sbottare nel famoso: “”trend negativo”!?!?!…Ma come parla!!!…Le parole!…Le parole sono importanti!!!”. Ed Habermas, l’ottimista, certo concorderebbe.

Essendo il luogo della produzione di senso, la lingua è anche, alla Benjamin, il fortunato luogo dell’inespresso, ovvero il luogo della creazione di sempre nuovi significati e della modificazione e creazione continua della cultura nella potenzialità infinita dei sensi. E’, questa, una circolarità ermeneutica sempre oscillante tra tradizione e innovazione (checché se ne dica), la quale travalica la dimensione della nootemporalità di Fraser per spaziare nell’ambito della comunicazione prettamente sociale. Perché essa sia viva e vitale, però, occorrerebbe, molto normalmente, riacquistare la dimensione della tradizione (in senso ampio) e quindi i significati storici delle parole che si sono trasformati nel corso del tempo. E’ infatti indubitabilmente accaduto che, nel trapasso generazionale delle tradizioni e dei significati, emersi o simbolicamente latenti, l’immaginazione, come fondamento del linguaggio, nella seconda modernità si sia svincolata dai territori preferenziali dell’arte, del mito e del rito, e sia stata incanalata, coercitivamente e senza mediazioni, all’interno dell’omologante e passivante flusso mediatico. Se i nomi sono l’essenza  stessa della realtà, si deve tendere al collegamento dei segni linguistici in modo tale che essi diano forma a dei significati comuni che ci facciano sentire a casa nostra nel mondo. Ma nel flusso mediatico, l’unico nomen è il medium stesso, e tutto il resto dilegua, compresa la filosofia, ormai ancilla mediorum.

La lingua, fenomenologia oggi perversa del linguaggio, ha pur sempre la funzione di permettere l’acquisizione di un codice comune nel confronto delle esperienze di vita sullo sfondo della tradizione culturale e della storia della comunità parlante. Il collegare le parole ai concetti sullo sfondo di esperienze comuni consente anche il confronto costruttivo e il dialogo delle identità dei singoli all’interno del senso di realtà ed impedisce, così, l’immergersi sterile nell’ampolla astratta degli ideologismi separatori i quali, in sostanza, impediscono una reale comunicazione. E’ questo il principale motivo per cui si è manifestata la crisi della filosofia: la corsa all’inventio, tipica della migliore poiesis come arte ma lontana anni luce dalla filosofia in senso stretto, ha fatto sì che i significati, proprio laddove si rendevano maggiormente appetibili esercitando una ridondante fascinazione linguistica ed emozionale, non risultassero più condivisibili, sulla base di un senso comune estetico e logico, alla comunità dei parlanti: i filosofi hanno letteralmente creato una propria lingua ad hoc, non in senso semplicemente specialistico (com’era sempre stato) ma proprio nel senso che hanno applicato la vis poietica tipica dell’arte scrittoria alle produzioni di pensiero, facendo della filosofia una forma d’arte astratta, astraente e d’avanguardia, e per questo, allontanandola giocoforza da qualsivoglia aspirazione di verità e, quindi, di realtà; ovvero, di scientificità. Qualcosa di molto simile a ciò che è accaduto per la critica letteraria in figure di spicco come Roland Barthes e Maurice Blanchot, per intenderci, laddove la critica sul romanzo è diventata pezzo d’arte essa stessa. Ma, fintanto che si tratta di critica letteraria in bello stile, niente da dire, anzi, ben venga. La filosofia, però, apparterrebbe a rigore ad un altro statuto, quello non tanto dell’aletheia, quanto della sua indagine; ed oggi, per conseguenza, non si sa quasi più se non a malapena, certe volte, che cosa essa sia.

Ciò di cui parlo ha riscontri oggettivi: basti pensare che illustri filosofi estetici, ad esempio, sono stati fra i primi a esplicitare ottimamente, in senso artistico, proprio questo nesso arte – filosofia scrivendo romanzi e racconti filosofici e facendone prezioso melting pot: Stefano Zecchi ed Emilio Garroni ne sono l’esempio lampante, come lo stesso Paolo D’Angelo, forse per primo, sottolinea nel suo “L’estetica italiana del Novecento” (Bari, 1997), laddove, a mio avviso, passare dalla forma saggio alla forma romanzo è stato più che un deragliamento letterario: ovvero un atto estremo di onestà. Ma si sa, la filosofia estetica, come del resto la critica, si presta al trapasso, si presta molto e bene, senza per questo inficiarne il campo di indagine, perché dall’arte al discorso sull’arte poco ci passa: il problema, piuttosto, si manifesta quando tale trans – genderismo viene applicato a branche filosofiche come la teoretica, la filosofia politica, l’etica, la logica, la filosofia del diritto, l’antropologia, la storia stessa della filosofia, tale da abbattere i confini d’indagine fra l’una e l’altra fino a farne romanzo, “narrazione”.

Accade allora che mentre prima, fino all’Ottocento Hegel compreso, la filosofia era difficile da capire per il suo linguaggio specialistico, che però diceva “l’ovvio della non – ovvia condizione dell’ovvio” (Emilio Garroni), a cavallo del Novecento la filosofia sia divenuta difficile da capire per un linguaggio artistico che la accomuna all’arte denaturalizzata delle avanguardie del Novecento, tanto che ci si domanda se un reale contenuto, fondato e non solo creato, ci sia. Abbiamo acquistato in bellezza, ma perso in scientificità. Controindicazione non desiderata, quest’ultima, ma ineluttabile, nella con – fusione pasticciata delle semiosfere, laddove il senso comune, volenti o nolenti, come accade per quell’arte astratta di difficile decifrazione che la filosofia è diventata, fatalmente si perde.

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7 pensieri su “La crisi del linguaggio filosofico nella seconda modernità: una riflessione dal sottosuolo.

  1. Ammiro la tua padronanza del linguaggio teoretico, cosa che non ho mai avuto, percio’ il mio appunto si avvale di un linguaggio molto piu’ terra terra. Secondo la mia personale visione la filosofia “occidentale” collassera’ su se stessa, se cio’ non e’ gia’ successo. Ormai da troppo tempo ha completamente o quasi perso il nesso con le “cose” di cui tu parli, spostandosi completamente sul piano razionale, astratto, concettuale e parlando un linguaggio che e’ sempre piu’ distante dalle urgenze e dalle richieste di senso che l’uomo ha, si’, anche quello contemporaneo, anche quello piu’ “spappolato” nei meandri mediatici, quello che le uniche cose che scrive sono i messaggi col t9. Ogni uomo e’ alla ricerca di senso, anche se non ne e’ consapevole. Certo anche Platone, se non sbaglio, distigueva fra le verita’ esoteriche ed essoteriche: c’era un livello di conoscenza riservato a pochi. Ma questo rientra in un processo graduale di presa di coscienza. Tutte le sapienze piu’ antiche hanno questo doppio livello. Pero’ l’estremo settarismo della cultura filosofica occidentale non porta a nulla. Di piu': ogni filosofo costruisce un suo sistema che e’ splendidamente coerente al suo interno. Certo. Costruito con il SUO linguaggio, i SUOI sillogismi. Non appena si confronta con altre forme di linguaggio il filosofo occidentale si metta sulla difensiva. E’ questo il sapere? Difendere il proprio sistema con i denti affinche’ non crolli? Non stupisce che la filosofia occidentale abbia prestato meravigliosamente il fianco all’attuale sistema socio-economico-comunicativo, impostato sulla competitivita’ estrema. Homo homini lupus, no? Mi piace sempre ricordare un confronto fra Cacciari e Panikkar, dove il primo, imbruttito e scocciato, non riusciva a comprendere il secondo, il quale lo disarmava col suo perenne sorriso di saggio. La difesa dei propri concetti contro il tentativo di dialogo.La filosofia occidentale comprende solo un linguaggio, il proprio. Non ci sono altri mondi, non ci sono altri modi di intersecazione. E se qualcuno avanza quest’ipotesi, essa si trincera dietro le proprie posizioni e si chiude a riccio. Il corpo, che tu nomini e le passioni (aggiungo io): noi occidentali abbiamo un pregiudizio atroce su quelle che per comodita’ chiamo orientali, definendole di volta in volta troppo eteree, mistiche, per aria, direbbe l’uomo della strada. Nessuna cultura piu’ di quella buddista o induista, tanto per citarne alcune, ha affrontato con maggior franchezza la relazione della “mente” con i meccanismi del desiderio, della rabbia, delle passioni in generale, senza contare tutte le discipline in cui corpo e “mente” (le virgolette sono doverose proprio in virtu’ di quel discorso sulle parole e le cose) vanno di pari passo. Freud, Jung hanno ben capito questa nevrosi profoda della cultura occidentale ed hanno provato a dialogare con altre culture (piu’ il secondo che il primo). Lo stesso e di piu’ hanno fatto i loro seguaci come Mark Epstein (leggete “PENSIERI SENZA UN PENSATORE”!!) Grazie per questa riflessione, Sonia e per aver risvegliato in me delle cose. Leni

  2. Alcune osservazioni. 1.Il linguaggio autocompiacente non è dunque appannaggio del maschio. 2.lo sguardo critico è tutto rivolto al passato. L’unico commento all’articolo ricorda correttamente la relazione tra il linguaggio e il modello occidentale, aspetto trascurato dalla Caporossi. 3.Accettando lo sguardo al passato: l’originalità “scientifica” dell’occidente ha comportato, come ricorda il solo commento, la separazione della realtà in tante “discipline autonome d’indagine”, ad esempio separando l’etica dall’economia ecc. Ne scturisce una possibile via d’uscita. 4. E’ trascurato totalmente il momento di “transizione” che stiamo vivendo, nel quale molte parole (sindaco/a, non vedente, operatore ecologico ecc.) tentano di rappresentare l’uscita puramente astratta di elementi intellettualmente e socialmente critici per il fatto che l’intera società non ha idea di dove e come indirizzarsi. Questo, a mio modesto avviso, è il vero problema. 5.Non so quanti siano riusciti a “tenere” sino in fondo la lettura dell’articolo. Spero di non aver prodotto lo stesso effetto con la lunghezza di queste righe. Buona giornata.

    • Solo alcune puntualizzazioni. 1. Il riferimento alla Solanas era solo un divertissement. 2. Tutto l’articolo è palesemente incentrato sulla relazione tra il linguaggio e il modello occidentale fin dall’incipit, come il commento esplicita ottimamente. Se fosse stato trascurato, il commento non ne avrebbe parlato. 3 e 4. E’ la separazione delle realtà in tante “discipline autonome d’indagine” ad essere un passato, oggi torna il melting pot e l’assenza di divisione e barriere, per questo l’articolo è criticamente centrato sull’oggi e sul momento di “transizione” in atto. Ed il “vero problema” di cui lei parla è esattamente quello di cui parlo anch’io, solo che incentro il discorso non sul linguaggio comune, bensì su quello filosofico. Non lo trascuro, dunque, semplicemente (per ora) mi interessa parlare d’altro. 5. Grazie mille per l’attenzione e la cura dimostrata.

      Sonia Caporossi

  3. Letto. E’ molto complesso e riguarda un aspetto della nostra vita che mi interessa particolarmente. Il problema è che credo si tratti, ora, di riscoprire l’alfabetizzazione, cioé la padronanza del linguaggio che, a furia di essere sviscerato e superato, ha deciso di fuggire.

  4. ‎”quale è il reale punto dolente del malessere contemporaneo e (fingendo che tale parola abbia un senso) “postmoderno”?”. Non troppo tempo fa c’era una adeguata distinzione, a livello culturale e dunque educativo e quindi formativo, del concetto di mascolinità e di femminilità. La pedagogia della differenza di genere determinava, quanto meno, una scelta condivisa di come formare l’identità degli individui in crescita come scienza definisce: maschio e femmina e come relatività culturale, dal punto di vista religioso ma anche scientifico, insegna (maschio e femmina Iddio li creò). La rivoluzione femminile occidentale è il punto critico dell’origine della crisi. Anche se non ne siamo ancora consapevoli è sempre l’educazione alla sessualità e all’affettività alla base di tutti i problemi, sia individuali, sia di micro o macro sistemi collettivi. La stessa (tale rivoluzione), finalizzata giustamente alla parità dei sessi nel mondo occidentale (poichè comunque il suo articolo si relativizza alla cultura comunque diversificata dell’occidente e non all’oriente e dunque non è di carattere globale), ha condotto erroneamente a pensare che l’uguaglianza fra i due sessi dovesse in qualche modo abbattere i confini delle normali e naturali differenze tra i due sessi dettati dalla stessa natura dell’uomo (poichè l’essere umano è un mammifero e non un papifero). La maternità è stato un processo troppo velocemente e superficialmente affrontato dalla donna, preferendo la stessa “sfidare” l’uomo per affermare la sua parità. Ma parità significa essere uguali nelle relative differenze che sono dettate da logiche, inconfutabili, naturali verità di natura e di identità nonchè di psicologia. Inutile negare l’evidenza: ossia che la femmina (uso la terminologia scientifica) abbia naturalmente il compito di ospitare gli esseri umani nascenti nel suo grembo, di allattarli e di svezzarli. La parità ha portato a delle disfunzioni di carattere sessuale che hanno portato a creare una paternità più simile alla maternità e dunque in una funzione non naturale. In natura, nei mammiferi come noi, sono le femmine ad occuparsi di svezzare i bambini. Poichè le emozioni sono scientificamente soggette a chimica si è venuta a creare una certa confusione di identità sessuale nella stessa specie che, a quanto pare, non è proprio naturale. Da qui numerosi altri problemi. E’ evidente che, rispetto a poco tempo fa, la disoccupazione, solo per fare un esempio, non era un problema femminile nella maggior parte dei casi. Avendo diritto anche la femmina di lavorare è nata la disoccupazione. Solo per fare un esempio, ed è nata, nel contempo, una diseducazione alla maternità ed anche alla paternità. Il problema principale è e sarà la rieducazione alla identità sessuale nella naturale differenza di genere e il ritorno al concetto pieno del maschio e a quello pieno della femmina nella parità e nelle differenze dettate dalla naturale diversità. E’ il momento ora, tra uomo e donna (dal punto di vista scientifico l’uomo significa sia maschio sia femmina perchè trattasi di specie umana), di trovare un nuovo equilibrio. La fine della crisi passa anche da qui.

  5. Giusto per spiegare meglio il senso dell’articolo, e per non essere accusata di gretto razionalismo.
    La sostanza stessa del linguaggio è analogica, nella struttura del circolo definiens definiendum. E’ questa la sua forza, e ciò non è certo un male. Che ciò comporti una perdita di scientificità è vero, e dipende dal punto di vista: è vero aristotelicamente, cioè all’interno di un sistema chiuso assiomatico, quello proprio di una logica dell’ordinamento e della classificazione.
    Invece il sistema aperto platonico, quello della logica della scoperta (una scoperta scientifica, non solo poietica), che procede per slittamenti e aggiustamenti continui, su basi ipotetiche, non può non essere analogico. L’ipotesi stessa come tale ha un fondamento analogico.
    Dal mio punto di vista l’errore si fa piuttosto, come denuncio scopertamente nell’articolo, col costruttivismo programmatico, laddove il linguaggio si svincola completamente, in virtù dell’estremizzazione della sua ars poietica, da qualsiasi riferimento al circolo ermeneutico come tale.
    Con tutte le implicazioni morali e materiali deleterie che questo comporta e che nel testo ho cercato di mettere in luce.
    Sonia Caporossi

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