Pier Paolo Pasolini a futura memoria. Una riflessione postuma a 36 anni dalla scomparsa.

Sonia Caporossi, Gli uccelli della Minerva arrivano sempre il 2 novembre (a Pier Paolo Pasolini), disegno digitale, 2011


di ANTONELLA PIERANGELI

con un disegno di SONIA CAPOROSSI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Noi staremo offerti sulla croce,
alla gogna, tra le pupille
limpide di gioia feroce,
scoprendo all’ironia le stille
del sangue dal petto ai ginocchi,
miti, ridicoli, tremando
d’intelletto e passione nel gioco
del cuore arso dal suo fuoco,
per testimoniare lo scandalo.

Pier Paolo Pasolini

In un debole lezzo di macello
Vedo l’immagine del mio corpo:
seminudo, ignorato, quasi morto.
E così che mi volevo crocifisso,
con una vampa di tenero orrore,
da bambino, già automa del mio amore.
Ma dietro questa nebbia di midolla
(da quanti anni o secoli qui immobile?)
o Individuo, o Sosia, tu ti trovi
fatto di me, del mio calore, e ostile
di una morte anteriore al mio morire.

Pier Paolo Pasolini

All’alba del 2 novembre del 1975, alla luce cruda del primo mattino, viene ritrovato, sul litorale di Ostia, il corpo massacrato di Pier Paolo Pasolini.

Il giorno dopo l’assassinio circolava, nelle agenzie di stampa e nelle redazioni dei giornali, una terribile fotografia del suo corpo. Pasolini vi appare interamente, la faccia scomposta, il capo reclinato verso destra, deposto sul terriccio di uno spiazzo fuori da ogni confine. Il legame tra quel corpo oltraggiato di ferite e la naturale miseria sviscerata del terreno su cui era adagiato, rendeva ancora più straniato e irreale l’abbandono di quel luogo di atrocità alla prepotenza di una ritualità ossessiva, quella della burocrazia e dell’assurdità di quella morte. In altri scatti, due poliziotti infatti misuravano ed esaminavano i dati di quel campo e, poco distante nel campetto attiguo, dei ragazzi giocavano una partitella a calcetto a pochi metri da Pasolini  – e ogni tanto la palla finiva quasi addosso al corpo del poeta –. Uno dei due poliziotti, come ricorda il poeta e amico di Pasolini Paolo Volponi, è immortalato mentre guarda di traverso verso un ipotetico osservatore e a non riesce a trattenere un sorriso. Un sorriso furbo, di conferma, che nasceva dalla consapevolezza della normalità e dell’inevitabilità di quella fine. Inevitabile, quindi giusta. Un’ aberrante etichetta di normalità in un sorriso che mette al riparo la coscienza dalla paura della propria nera anima, un sorriso emblema di quella – tanto odiata da Pasolini – sottocultura e di tutti i suoi scambi e complicità con i grandi organi di comunicazione di massa che, qualche ora più tardi, avrebbero sparso lacrime e ipocrisia sull’assassinio del “poeta tragico e sciagurato”. Era il 1975, Pasolini aveva 53 anni. L’intellettuale, il poeta, l’eretico, il luterano, taceva per sempre.

La dolce insolenza e la disperata vitalità di questo autore, profeta indifeso, disilluso e incivile – perché quella della disillusa disobbedienza era l’unica forma possibile, per lui, di coscienza civile – venivano triturati dalla macchina mediatica delle celebrazioni postume. Un’invasione di discepoli e vedove e figli illegittimi che a Pasolini avrebbero certamente fatto orrore.

Da allora trentasei anni sono trascorsi, ma Pasolini è stato veramente compreso? E’ stato decifrato nella sua non organicità, nella sua impurezza? L’intellettuale corsaro è stato un intellettuale politico, lo è stato perché non rifiutava di essere un intellettuale per statuto, per definizione. Non un professionista del dissenso, dunque, ma un vero dissenziente. “ Qui parla un misero e impotente Socrate…”

E anche quando sbagliava, esagerava, drammatizzava, lo faceva per esplicita necessità civile, per ossessiva vocazione pedagogica. Un vero maestro, sempre dialettico, mai antinomico, sempre consapevole nel rapporto con il Potere, dell’immanente, strategica volontà di “gettare il suo corpo nella lotta”.

L’ultimo Pasolini avrà infatti sempre più consapevolezza, nel suo “tetro entusiasmo”, di dover compiere l’ultimo dissenso, che non è, come si è continuato a dire in tutti questi anni di commemoranti pasolinismi, la volontà o necessità, nella disperata angoscia, della propria autodistruzione, ma è essere sempre violentemente e giustamente ribelli e pazienti. Oltre che crudeli.

La sua crudeltà è il suo dissenso senza prudenza, quella crudeltà che è sorella “del diritto di sognare”.

Ma “il sangue di un poeta” non ci dà nessuna purificazione, riscatto o consolazione, ci ricorda soltanto che può e deve esserci una purezza anche al di là dell’orrore. Una purezza dolorosa che si chiama poesia, che in Pasolini è anche profonda nostalgia per le figure del mondo, se è vero, come dice Heidegger, che “la nostalgia è il dolore per la prossimità del lontano”.

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One thought on “Pier Paolo Pasolini a futura memoria. Una riflessione postuma a 36 anni dalla scomparsa.

  1. E’ vero lui aveva, la sua poesia aveva, ” una purezza anche al di là dell’orrore”
    L’ho amato tantissimo, quando è morto avevo meno di trent’anni e lo vedevo così bello nella sua ribellione al conformismo di allora, ai luoghi comuni, ai paradigmi della buona società borghese.

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