“Ieri, nel campo” di Vladimir D’Amora

Shoah

Shoah

di VLADIMIR D’AMORA

Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno guarda a un mattatoio e pensa: sono soltanto animali.

(T.L.W.Adorno)

Pure il campo ha il suo ritmo. Ci pensavo ieri, al ritorno, ancora sotto la camicia. E ho continuato pensando, fino ad ora, che devo renderne conto. Bloccarne il peso, non scivolare. Oggi.

A noi che abbiamo voluto il partito, nostro compito è dominare nei veli, non solo scoprirla e trattarla ogni piega. In fondo noi stessi siamo velamento: il suo funzionamento, la sua logica, colla dote di tutte le sue ambasce, tutti i suoi screzi, questo stremarsi al limite suo, che solo noi ce lo facciamo cadere sulla nostra pelle, come fosse destino nostro, e perché è croce. Mentre i più invece si tengono sul margine, e caracollano, sanno solo guardare, entrano e dentro per loro c’è solo il sublime. Devono ancora imparare a non affidarsi all’ignoto. Non si cerca, noi vogliamo solo comprendere, giammai immaginazione. Siamo cattura, nella ripetizione, e irreparabili le nostre ripercussioni. E se ora la mia scrittura tracima, e si riempie d’archi, rischiando il barbaro, è il memorioso. Ch’è quello che c’annienterà, come martirio. E’ così.

Ieri ero nel campo, la mia divisa nera, baciata dal rosso, dall’onore, non c’era strato di me che potessi trascurare per altro, eppure altro mi era intorno. Dove nulla accadeva, viveva, perché nel campo si entra urlando, e poi ai lati meno sgombri finiscono nel più trascurato silenzio. Mai sotto i cieli si maturò tanta assenza, e rinunzia. Ma mai come nel campo l’è stato concesso di non operare. Questo è il silenzio che ha come il potere di cementarle le distanze, solo. E gli incontri, le relazioni, è il silenzio che tiene all’opera cadute e cessazioni, come l’ingombro, i segugi, i padroni, i cadaveri sopra tutto.

Nel campo i cadaveri sono raccolti, come disseminati, non vige previo calcolo in questa fine, si finisce e si resta nella fine, sul posto, senz’avarizia. O si è subito trasferiti tra altri corpi che da poco hanno finito il loro, e se c’è legge è il tempo strettissimo che si tiene i cadaveri, dopo poco si finisce. Non resta di loro. Neppure l’estrema esanime permanenza nell’immoto e apparecchiato del campo. Dove il ritmo s’escogita da sé, o è imposto.

Sono non urla nel campo ma lamenti, all’arrivo, non resistenza, nessuno ci resiste mai nel campo. Ieri ne sono caduti tre, all’unisono, davanti ai miei occhi, nel mio stesso sguardo, e i cani non cercavano, il muso intento solo a segnalare il suolo ingombro, non c’era manco l’ombra e sotto quel sole: come in una partitura decisa dalla rinunzia, dall’intenzione. Dal silenzio alle urla, reversibilmente. Nel campo il tempo è cielo, è terra, è immane. Si chiude, docile.

Oggi posso riferire di questa bellezza. I pensieri mi sono lutulenti, e li lascerò scorrere. Essi penderanno alla loro verità, nell’indifferenza di questo nostro segreto, noi perché il velo vogliamo sia il suo velato. La bellezza del velamento, per noi la verità è tremore muto, la semplicità dell’urlo dettato dalla volontà, dalla sua negazione.

La bellezza. Ieri il campo era nella sua bellezza. Eccellente. Indisvelabile è il campo, qui la natura è all’opera, è arte essa stessa formata. Ripeto, è bellezza, senza trascendenza, nessuna vacanza. Ciò che annientiamo ci sorge, già risorto nella nostra volontà, nel nostro dilagare. Credo che giammai il vuoto si sia prima sottratto alla dialettica, al’ideologia, questo vuoto che noi annientiamo: il vuoto è il nostro elemento, non ci appartiene, è nostro prodotto. E’ la vita in cui dobbiamo solo destarci, per abbandonarlo. E lo scordiamo, terra per terra. Un tempo coloravamo l’acqua col sangue, oggi sangue è da sangue, nel sangue. Ci sono oratori e pensatori le cui mani ancora non sono capaci del nostro destino, l’uroboro dell’origine, fulmine che compie. Non sanno ripetere, non sanno volere.

Ieri, nel campo, ho udito poesia, e non era Heine. Un italiano marciava e cantava. Ho bloccato la guardia reattiva, già mirava, ho lasciato che quelle parole non sortissero nulla, sono solo nel mio ricordo, questo foglio, e forse ieri avranno reso speranza a chi è vana speranza.

Domani torneremo a casa

Già ardono le case

E il figlio avvezzo alla lama

Già ferita è la sua mano

Già ha scordato

Non era poesia, era la sua poesia. Poi la guardia ha tirato. Era il silenzio, nel campo.

Potrebbe credersi, nel campo, la bellezza sia la corrispondenza, in quell’unisono anche ieri scoccato, ripreso. Non saremmo il dileguare nell’annientamento, la rinunzia alla resistenza, e necessità delle nostre radici, delle nostre proiezioni. Le mete impallidirebbero ignote, nell’insaputo illuminate. La bellezza, nel campo, non ha nulla dell’inapparente: è essenza. E’ la necessità del velo sotto cui il velato giace come se stesso. Nel campo l’altro è per noi, non è nudo, non c’è veste che copra un disvelabile. Nel campo queste nudità sono denudamento, talvolta impongono solo un volto. Noi passiamo.

Intorno boschi e ruscelli si stringono alla loro permanenza, custodendo il nostro segreto, restano mirano alla nostra bellezza: questo indisvelabile. E’ la terra stessa a volere la nostra tecnica, le siamo soggetti solerti, ci disponiamo. Solo la dilatiamo, ad arte, nei nostri calcoli siamo come raccolti. Per questo ignoriamo l’apparenza, perché non lasciamo al nulla alcuna potenza, in nessun segreto. La nostra inapparenza è solo la maschera di cui oggi, nell’esterno del campo, scrivo.

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12 pensieri su ““Ieri, nel campo” di Vladimir D’Amora

  1. ho tracciato segni…nel campo…nel mentre le mie maschere come pelli si sfogliavano alla ricerca di …io…sto scavando al centro del…campo…velo su velo…nel mentre la terra autonomamente si scuote…

    • Grazie della segnalazione, articolo interessante. Per fortuna questo non è un saggio, ma un’opera d’arte scrittoria, altrimenti sarebbe un errore da emendare.
      Lo segnalo comunque all’autore.

  2. … applicatevi al resto… E ‘sti filologismi miopissimi, riservateveli per altre lande… Qui si fa proprio la storia della produzione del nulla.
    Poi, atteggiatevi come meglio credete.
    Addio.

  3. Non inventata, ma “ripresa” da altri che l’avevano inventata (vedi link da me postato).
    Ma, di fronte al “chi se ne frega” di disartrofonie, mi inchino ad ossequiare in silenzio.

    • Visto il link da te postato: ripeto, se fosse stato un articolo scientifico, avremmo emendato. Ma siccome è opera di fantasia, e visto che la verosimiglianza è cosa precedente alla caduta della metafisica, a mio parere ci sta anche bene. :)
      Invece di officiare il silenzio, sentiti libera di scriverci quando e come vuoi. Sempre benvenuta.
      Grazie.

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